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L’inutile (?) Austerità espansiva


Austerita_Espansiva_1_01Una delle ultime domande che ci siamo posti in Italia ed in Europa al tramonto del 2012 e la stessa che ha continuato a tenere banco e polemica nel 2013, tanto tra cittadini, quanto tra accademici, politici ed economisti, ossia quale fosse la reale possibilità che politiche di austerità (severe fiscal contractions) avessero, anche nel breve periodo (cioè mentre venivano realizzate) effetti espansivi sul reddito, tesi  battezzata nella ricerca scientifica come : “Austerità espansiva”. Teoria che promuove politiche di taglio del deficit e del debito pubblico per rispondere a una crisi–finanziaria da debito eccessivo, come è quella attuale in molti Paesi del mondo, Italia compresa.

Quindi come evidenziato anche dallo studio del capo economista del FMI Oliver J. Blachard, i costi  in termini di reddito nazionale perduto che si manifestano quando l’austerità si realizza, cioè si riduce il deficit pubblico, aumentando le tasse (come maggiormente accaduto in Italia) e/o riducendo la spesa, spesso superano di molto i benefici nel breve periodo.

Tre aspetti sembrano ancora utili, soprattutto con riferimento alla realtà del nostro Paese per valutare i reali effetti di una politica di Austerità :

1)    Separare ciò che riguarda la congiuntura (recessione, ripresa); e il trend (depressione, crescita).
Nel nostro caso, ciò significa distinguere ciò che si fa da un anno all’altro, da ciò che cambia in modo radicale lo scenario complessivo e soprattutto prevedibile in futuro. Nel primo caso, parliamo di austerità; nel secondo caso parliamo di risanamento, che è cosa ben diversa: si raggiunge una nuova posizione di equilibrio relativamente stabile, e non ce ne preoccupiamo più. Il dibattito sui costi, maggiori o minori, delle politiche di austerità non va quindi confuso con i benefici – che nessuno ha messo in dubbio – di un risanamento della finanza pubblica.

2)    E’ sempre possibile che un intervento sul bilancio pubblico di segno restrittivo risulti poi accompagnato da un’evoluzione dell’economia peggiore di quanto inizialmente previsto. E’ questo di certo il caso dell’Italia nel 2012: se confrontiamo le previsioni su cui era basata la politica del Governo un anno fa con i risultati conseguiti, è evidente un andamento dell’economia peggiore del previsto. Ma ciò significa che si erano sottovalutati gli effetti recessivi di quella politica.

3)    Il terzo aspetto, molto importante, e che è stato sottolineato dal Bollettino della BCE (Dicembre 2012, pagg. 88 – 92) riguarda le altre condizioni da cui dipendono i “costi” della austerità e sono:

1. La necessità di un quadro di riferimento di lungo periodo;

2. La credibilità di un paese, che comporta una favorevole reazione dei mercati finanziari, una riduzione dei “premi al rischio” e quindi una riduzione dei costi economici e sociali del risanamento.

3. La preferenza per interventi di riduzione del deficit pubblico concentrati sul lato della spesa più che sulla tassazione.

4. Anche in connessione con il punto precedente, l’importanza che non siano ridotti gli investimenti pubblici, che più contribuiscono alla crescita.

Austerita_Espansiva_3La conclusione di tutto ciò, è evidente: i costi che dovremo sopportare per rientrare in una posizione di debito sostenibile dipendono molto da noi. Cioè dalla credibilità dell’impegno del Governo; dalla cura con cui definisce la migliore strategia (tenendo conto sia del breve sia del lungo periodo); dalla coerenza con cui la realizza. Se la “austerità espansiva” sarebbe nel nostro caso una favola, è anche vero che una buona parte dei costi del “risanamento mancato” degli anni scorsi non è imputabile al resto del mondo.

Quindi e questo vale soprattutto per gli impegni che in questo momento pre-elettorale, molti candidati e partiti stanno prendendo con gli italiani, non si deve assolutamente sottovalutare un punto fondamentale : la serietà di chi si candida a governarci e a risanare questo povero e straordinario paese, o correremo il rischio di pagare un prezzo assai alto per le nostre ormai povere tasche e forse anche per le nostre (ormai ridotte al lumicino) speranze.

In collaborazione con il Circolo REF Ricerche

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Di Lavoro si deve vivere, mai morire


ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

Quanto ci costa essere Italiani ?


quanto-costa-il-debito-pubblico-italiano-L-UaIMhOAlla fine di questo 2012 credo di aver capito qualcosa di importante. Ho appreso una lezione straordinaria che mi ha dato la comprensione di quanto costi essere italiani.

Mi spiego meglio. Nell’ultimo anno abbiamo tutti scoperto che la nostra nazione non aveva più credibilità in Europa e nel mondo e che per tale motivo siamo stati commissariati dai mercati con un governo tecnico, che aveva come compito quello di ricostruire un’immagine del Paese che desse affidabilità. Operazione indubbiamente riuscita e per la quale noi, volenti o nolenti, abbiamo pagato un salatissimo conto: innalzamento dell’età pensionabile, opinabile riforma del lavoro, aumento dell’iva, aumento della pressione fiscale su persone ed aziende, peggioramento generale dei servizi offerti dallo Stato e soprattutto nessuna, e ripeto nessuna, vera riforma che migliorasse lo squilibrio, in costi e responsabilità, tra i singoli cittadini e la macchina dello Stato, ancora e sempre impunita in tutte le sue forme.

Oggi, al tramonto di questo 2012, tutti sappiamo di essere diventati più poveri. In Italia il rischio povertà è salito al 30% (il più alto d’Europa), meno flessibili i giovani sul lavoro (pensione a 67 anni con 40 anni di contributi), ci sono inoltre circa 2 milioni di ragazzi arresi, che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet, definizione purtroppo ormai diffusa). Sappiamo, poi, che da inizio anno 25 mila aziende sono fallite, perché lo Stato non le ha pagate e le banche non hanno fatto credito, sappiamo che la sanità pubblica sarà sempre meno un diritto, sappiamo di dover pagare ancora più tasse a causa delle cattive gestioni dei nostri amministratori, sappiamo che il debito pubblico italiano, nonostante gli immensi sacrifici sopportati, è aumentato ancora e ha superato la cifra record di 2 trilioni di euro.

Ebbene, di fronte a tutto questo abbiamo dimostrato spesso di essere eccezionali. Molte aziende si sono ristrutturate e, sfruttando al massimo le condizioni di mercato e il valore del marchio Made in Italy, hanno per la prima volta dopo 10 anni (ultima volta nel 2002) riportato in positivo la nostra bilancia commerciale che ad ottobre ha segnato un avanzo di 2,5 miliardi di euro nella differenza tra import ed export. Sappiamo che molti giovani e molti vecchi lavoratori di fronte alla mancanza di lavoro si sono ingegnati e hanno costituito piccole aziende per mettere a frutto la loro competenza ed originalità. Sappiamo che, nonostante la cattiva politica che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, dai tagli ai suoi costi, alla legge elettorale, all’abolizione delle Provincie o delle tante prebende, il Paese ha continuato ad andare avanti stringendo la cinghia. Sappiamo spesso di aver sorpreso tutti, quando un italiano, in Europa o nel mondo, ha dimostrato eccellenza, tanto nella scoperta di una particella, quanto alla direzione della BCE. Sappiamo però anche di continuare a sorprendere quando dimostriamo di non saper cambiare, di preferire l’anarchia alla regola, i vecchi errori alle nuove promesse. Sappiamo di ferire l’orgoglio di questa nazione quando accettiamo tacitamente di parlare solo di poltrone, di primarie, di vecchi leader che si riciclano con fatue promesse, mentre dimentichiamo contenuto e  programma, perché sarebbe meglio votare prima quello che si vuol fare e poi magari le persone che dovranno farlo, per scegliere davvero la competenza e il merito.

Sappiamo bene che sorprenderemo ancora questa Europa che non ci capisce, né conosce bene, sappiamo che presto avremo un colpo di reni, che dimostreremo di nuovo a tutti quanto valiamo, ma sempre nel nostro piccolo, nelle nostre case, nelle nostre aziende e nelle nostre vite, perché a quanto pare, visto anche il triste spettacolo dei giorni scorsi e presenti, sulla scena istituzionale e politica preferiamo ancora una volta essere incredibili, mentre nella nostra dimensione personale restiamo straordinari ed eccezionali! Una bella dicotomia che speriamo come augurio collettivo di superare in questo 2013 alle porte e far sì che emerga qualcuna delle nostre grandi e riconosciute virtù, a scapito di qualche ridicolo e ormai insostenibile difetto.

In Parlamento meglio non fare, potrebbe rinascere la speranza


ipad-in-parlamento-calcioQuando si deve  ripartire, quando ci si deve rialzare, bisogna trovare un punto, un luogo, un sentimento, sul quale fare leva ed elaborare la proposta, l’idea, dalla quale costruire con coraggio la speranza di cambaire le cose.

In questo anno terribile, secondo i dati del Centro Europa Ricerche, le banche hanno erogato circa 200 miliardi di euro in meno, come effetto diretto del Credit Crunch, che come effetto non secondario ha letteralmente ucciso per asfissia finanziaria circa 25 mila aziende da inizio anno, generando la perdita di 625 mila posti di lavoro. Sempre in questo anno, secondo i dati Istat, al 12% delle imprese viene negato qualsiasi prestito o finanziamento da parte del circuito bancario e al 33% delle aziende è stato aumentato il costo del denaro. E ancora al Sud, stavolta la fonte è Svimez, si è persa tanta di quella ricchezza da essere ritornati al 1995. Insomma, su questo 2012 sarebbe facile anzi, è stato fin troppo semplice, costruire solo critiche, perdersi nell’autocommiserazione e nella demagogia, ma le proposte, le idee, il coraggio di cambiare le cose è sempre mancato almeno nei fatti.

Orma, tutti, cittadini, politici, imprenditori, professionisti, conoscono a menadito i tanti problemi che affliggono e hanno afflitto questo Paese, ma se ci guardiamo attorno, cosa vediamo?

Quando è stato istituito il governo tecnico, davanti alla nazione, il nostro Parlamento aveva preso degli impegni, ricordo solo alcuni, taglio dei parlamentari e senatori a partire dalla prossima legislatura, taglio dei costi della politica, nuova legge elettorale, abolizione del vitalizio e potrei continuare a  lungo.

 Gli impegni erano solenni, dichiarazioni forti di uno e dell’altro partito, di vecchi e nuovi leader, il risultato?

Chiaramente Nessuno. Il Parlamento è ormai immobile anzi, ultima proposta beffa, quella di istituire dalla prossima legislatura un team di 90 tecnici per elaborare una proposta per tagliare uomini e costi dalla nostra politica, con riconoscimento agli stessi degli stipendi d’oro dei parlamentari e, mentre sicuramente non sono solo questi i temi da cui rilanciare il paese, è assolutamente chiaro a tutti quanto sia incredibile una classe politica, ipocrita e bugiarda, che ci prende sempre per i fondelli.

Lo dico con quella rabbia che ormai come un virus si diffonde ovunque, davanti alla morte di tante aziende, alla fame anche di civiltà che dilaga, il palazzo è sempre più lontano, questo Paese e noi tutti avremmo avuto bisogno in quest’anno di governo di un parlamento propositivo, che riscendesse dalle sedie ed entrasse nelle fabbriche, nelle case, nei bar, ed ascoltasse noi cittadini che senza prebende, senza vantaggi di posizione stiamo cercando di sopravvivere a  questa guerra che non fa prigionieri.

Avremmo avuto bisogno di proposte di legge, per semplificare la burocrazia di Stato, mentre questo governo tecnico ha creato e stabilito norme nuove che messe una di fianco all’altra coprono 80 campi di calci, avremmo  avuto bisogno di pagare meno il denaro, mentre le banche lo hanno ricevuto a tassi quasi pari allo zero della BCE e a noi o non sono stati trasferiti o i costi sono diventati impossibili, avremmo avuto bisogno di sgravi per chi investe, avremmo avuto bisogno di tempi certi per la giustizia, avremmo avuto tanto bisogno di ritrovare nelle azioni dei nostri rappresentati, onestà, moralità e coraggio per ritrovare anche dentro di noi la voglia di credere che dopotutto l’Italia si poteva cambiare, invece tutto negli ultimi mesi è un triste spettacolo che serve a  raccontare solo delle primarie di partito di una o dell’altra parte, di chi ci si ricandida e chi non, di chi prima o poi farà con belle parole e qualche programma qualcosa per cambiare tutto, ma domani, perché adesso è meglio che non cambi niente, la speranza dopotutto è un sentimento difficile da gestire, meglio non coltivarla, potrebbe generare partecipazione nei cittadini, coscienza critica e allora si che diventerebbe difficile pensare di governare, perché in un Pese migliore, nessuno vorrebbe più mediocri, ma uomini e donne capaci, puliti e questo la nostra politica proprio non può permetterselo.

Parlare di Giovani senza ascoltarli mai


In questo Paese si continua a parlare di giovani, del loro futuro, dei loro problemi, del fatto che l’Italia abbia una tra le peggiori percentuali di under 35 disoccupati in Europa, circa il 36%, che la maggior parte di questi sia collocata nel Mezzogiorno, che questa generazione di ragazzi sia la prima a percepire un peggioramento delle opportunità rispetto alla precedente. Insomma si dice tanto, anzi tutto, di questi ragazzi italiani, a volte cervelli in fuga, a volte bamboccioni, ma, e questo è l’incredibile, sembra che nessuno chieda loro di farsi avanti, di proporre soluzioni, sembra addirittura che nessuno li ascolti. Questi strani ragazzi riempiono statistiche e pagine di giornali, ma mai l’agenda di riforma di questo vecchio e strano Paese.

Si parla sempre tanto e non poco di innovazione dei sistemi, di rinnovamento della nazione, di cambiare le cose, ma ci si dimentica sempre che tutte queste belle parole sono nei fatti (lo dimostrano anche le esperienze negli altri Paesi) l’altra faccia della medaglia del cambio generazionale, della capacità di un sistema di accogliere le nuove e giovani leve al suo interno, di motivarle, di premiarne il merito e di offrire opportunità.

Anche quando parliamo di crescita economica non possiamo pensare di prescindere da chi, anche per questioni anagrafiche, sente forte la spinta a realizzarsi, a creare un futuro, che sia il nucleo familiare o quello lavorativo. Non possiamo parlare di nuova società consapevole, attiva, dinamica,l se non si ritorna ad un equilibrio tra junior e senior. Non si può parlare di riforma dell’economia, della politica e del lavoro, se non viene ridata a tutti la stessa libertà e possibilità di esprimersi, lavorare, crescere ed invecchiare con pari dignità, che significa banalmente rinunciare a qualche rendita di posizione dei più anziani a favore delle nuove e giovani leve, figlie di questo Paese.

Insomma non si dovrebbe parlare più dei nostri ragazzi, se a definirsi non sono anche loro, non si deve più decidere per il loro e nostro futuro senza un confronto, un intervento della generazione che dovrà subire e sopportare quei cambiamenti, non si può gravare sempre sul domani degli altri senza pensare di dover rinunciare a qualche rendita del presente e del passato.

Questo Paese negli anni addietro ha ipotecato il futuro dei propri figli, poi ha tolto loro i mezzi per onorare i debiti dei padri, che stanno ormai ricadendo sulle spalle di nipoti e pronipoti inconsapevoli. Nonostante questo sembriamo sempre tutti sordi, lontani, inflessibili nella nostra indifferenza verso questi figli di Italia.

Lo so, scrivere è facile, le soluzioni invece sono sempre dolorose e difficili, quelle giuste poi sono anche più amare, ma il vero atto di responsabilità degli italiani dovrebbe essere appunto questo: vivere questo momento come prova di amore verso il futuro, dare spazio a chi merita, dare pari opportunità a chi, nato prima o dopo, dovrà continuare a pensare di poter costruire un luogo migliore di quello che gli è stato lasciato, senza dover mai pensare di dover vivere la propria vita, per pagare quella di qualcun altro.

Le nostre facce, sono il nuovo confine



Il mondo è cambiato completamente, trasformato in un modo e una maniera che ancora non ci è del tutto chiara. La storia si sta muovendo in questi giorni, in questi mesi: se ascoltate bene si sente già il fruscio della penna o il ticchettio della tastiera che scrivono nuove pagine, nuovi libri, nuovi testi per raccontare al domani quello che oggi avviene, quello che ci passa sotto gli occhi senza che noi ce ne accorgiamo.

Io me ne sono accorto, non certo per straordinari meriti innati o acquisiti, me ne sono accorto per caso, guardando i volti delle persone, di quelle più giovani soprattutto. Sì, sembra assurdo anche a me, ma lì esattamente al centro delle facce degli altri ho scoperto che quello che era stato il mio mondo non era più quello di prima: cambiato e sostituito da questa brezza, anzi da questo ciclone, che ha spazzato via il vecchio mondo arabo, con quella forza che solo i giovani e la loro Primavera potevano dimostrare, e poi anche l’Occidente di ieri.

Gli Stati Uniti in primis e dopo l’Europa hanno scoperto che la politica economica del debito e del consumo, che dal primo dopoguerra ai giorni nostri aveva predominato, era fallita, insieme a tutti quei Paesi che ne erano stati i campioni e i vassalli. Il nuovo avanza nella spasmodica necessità, nel bisogno di trovare forme maggiormente attente e consapevoli di economia, nella definizione di una responsabilità e di una morale sociale che sembravano smarrite in Europa, dove i privilegi delle caste superano ogni buon senso, in America, dove Wall Street sbeffeggia brindando con champagne e assurdi emollienti gli Indignados di Main Street che dal ponte di Brooklin manifestano per chiedere maggiore equità e giustizia sociale, in Spagna, in Inghilterra, in Islanda, in Francia. E tutto questo avviene con il comune denominatore di chi vuole e chiede a gran voce un mondo nuovo, perché in questo proprio non ci si riconosce più, per il troppo spreco, le troppe incertezze, il continuo fallimento di valori abusati dalla ipocrisia e dal dominio di chi non riconosce il merito, ma solo il favoritismo e il clientelismo.

In questo nuovo contesto anche sociale, la polis è sempre più virtuale: la società si sta riscoprendo attiva, viva, a volte inasprendo fino alla violenza il proprio sdegno, dimostrando una forma di risveglio nel web: il nuovo luogo. Ancora esiste, ma non ha molta compagnia, chi “crede” nelle strade e nelle piazze, chi sa percorrerle quando si deve, quando si sente necessario il bisogno di dimostrare la volontà di avere di nuovo persone, ideali, sogni, progetti in cui credere ed investire la propria esistenza.
Il nuovo secolo ha decretato la fine degli idealismi, ma per fortuna non degli ideali, lo vedo, me ne accorgo fissando quei volti di cui parlavo, quelli dei tanti ragazzi di questa generazione data da sempre come perduta ed insofferente. Quei volti che mi dicono che il mio mondo non è più quello di prima, è stato spazzato via, è cambiato, ma non è morto: vive e continua sulle spalle di una nuova generazione che adesso sta muovendo i primi passi, a volte goffi, verso una direzione diversa. Siamo noi giovani di questa generazione con le nostre facce il confine tra ieri e domani, tra vecchio e nuovo. E chissà forse per una volta il sogno di creare un mondo, un luogo migliore, più equo, più giusto potrebbe realizzarsi anche solo con la semplice forza delle idee, delle opinioni che, come abbiamo visto, in questo grande villaggio globalizzato, con l’ausilio dei nuovi strumenti di diffusione di massa, sanno diventare molto e pericolosamente reali, per i tanti a cui cambiare proprio non conviene e ai quali quando è necessario dobbiamo opporre le nostre facce, il nostro primo confine, tra quello che eravamo e quello che sicuramente riusciremo a diventare.

                                                                                                                                           Angelo Bruscino

Questi fantasmi … della politica di Napoli


In questi ultimi giorni di campagna elettorale, mi sorprendo spesso a riflettere sulla condizione della città di Napoli. E tra gli slalom, tra i sacchetti di “monezza” e i parcheggi selvaggi, mentre sono preda delle buche stradali, mi accorgo con amarezza di essere, anche io, incappato nel peggiore dei gironi infernali in terra, quello dell’abitudine.

Le condizioni spaventose nelle quali versa il capoluogo cittadino sono diventate ormai una routine tale da considerarle quasi normali, genetiche alla stessa struttura della città, non sollecitano quasi più la rabbia e l’indignazione di nessuno. Gli stessi atti di stupida violenza ed incoscienza, come gli incendi dolosi della spazzatura, i cortei di disoccupati organizzati, di lsu, i saccheggi ai pochi turisti che si avventurano per le nostre strade, l’indifferenza generale alle regole banali di convivenza civile sono ormai diventati folklore, mito, barzelletta assurda, che tutti noi ormai usiamo non con ironia, ma con stupidità diffusa per raccontarci nella miseria di invivibilità nella quale siamo tristemente caduti.

Tra queste povere e spesso dissestate vie, passeggiando, li sento quasi i fantasmi del passato barocco, della Bell’Epoque partenopea, spesso invocati ed evocati da medium e politici vecchi e quasi nuovi che, incapaci di pensare o progettare il futuro, tentano di afferrare l’etereo passato, per riproporlo in salse agrodolci agli occhi, ma soprattutto alle orecchie di chi stancamente li ascolta. Pochi anzi pochissimi, invece, evocano il futuro, quello vero, fatto di proposte possibili, di impegno personale, non banali dichiarazioni del tipo “più posti di lavoro per tutti, strade più belle, raccolte differenziate al 70%, meno tasse” e poi via per immaginifiche astrazioni, non si spiega veramente come, con quali risorse, a carico di chi e in quanto tempo, si parla tanto di merito e di giovani, di legalità, di trasparenza. Ma dove sono i codici etici, le liste senza macchia, dove è il nuovo tra i candidati e nei partiti, se l’80% dei consiglieri uscenti, visti gli straordinari risultati passati di opposizione e di maggioranza, sono stati immeritatamente ricandidati, trasformisti compresi, dagli stessi partiti che inneggiavano al cambiamento radicale?

Questi sono gli spettri di Napoli, quelli da brivido, quelli che in carne e ossa ci lasciano nel limbo degli sconfitti, perché la loro è l’eterea presenza che tutto annebbia, nonostante questo, ogni momento elettivo è un momento democratico di scelta e di opportunità di cambiamento. Tra le liste e i candidati chiaramente il nuovo, il merito, la buona pratica e anche le buone esperienze sono presenti, come lo sono anche i progetti reali, la volontà e la speranza di rinascita, sono semplicemente difficili da scorgere perché sommersi da altro. Il nostro compito da elettori è individuarli, fare scelte consapevoli, affidare la città a chi veramente rappresenta un’opportunità per la comunità tutta e non sempre solo per se stesso e magari una volta tanto, scommettere sui giovani preparati e capaci, che non mancano e che di futuro davanti ne hanno tanto e, forse per questo motivo banale, più di tanti altri sono pronti a mettere in gioco ogni cosa per salvare se stessi e non ridursi come “Questi Fantasmi” che del domani hanno solo paura perché da tempo sentono di non farne più parte.

Angelo Bruscino