Giovani, ambiente, sviluppo …

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Di Lavoro si deve vivere, mai morire


ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

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Parlare di Giovani senza ascoltarli mai


In questo Paese si continua a parlare di giovani, del loro futuro, dei loro problemi, del fatto che l’Italia abbia una tra le peggiori percentuali di under 35 disoccupati in Europa, circa il 36%, che la maggior parte di questi sia collocata nel Mezzogiorno, che questa generazione di ragazzi sia la prima a percepire un peggioramento delle opportunità rispetto alla precedente. Insomma si dice tanto, anzi tutto, di questi ragazzi italiani, a volte cervelli in fuga, a volte bamboccioni, ma, e questo è l’incredibile, sembra che nessuno chieda loro di farsi avanti, di proporre soluzioni, sembra addirittura che nessuno li ascolti. Questi strani ragazzi riempiono statistiche e pagine di giornali, ma mai l’agenda di riforma di questo vecchio e strano Paese.

Si parla sempre tanto e non poco di innovazione dei sistemi, di rinnovamento della nazione, di cambiare le cose, ma ci si dimentica sempre che tutte queste belle parole sono nei fatti (lo dimostrano anche le esperienze negli altri Paesi) l’altra faccia della medaglia del cambio generazionale, della capacità di un sistema di accogliere le nuove e giovani leve al suo interno, di motivarle, di premiarne il merito e di offrire opportunità.

Anche quando parliamo di crescita economica non possiamo pensare di prescindere da chi, anche per questioni anagrafiche, sente forte la spinta a realizzarsi, a creare un futuro, che sia il nucleo familiare o quello lavorativo. Non possiamo parlare di nuova società consapevole, attiva, dinamica,l se non si ritorna ad un equilibrio tra junior e senior. Non si può parlare di riforma dell’economia, della politica e del lavoro, se non viene ridata a tutti la stessa libertà e possibilità di esprimersi, lavorare, crescere ed invecchiare con pari dignità, che significa banalmente rinunciare a qualche rendita di posizione dei più anziani a favore delle nuove e giovani leve, figlie di questo Paese.

Insomma non si dovrebbe parlare più dei nostri ragazzi, se a definirsi non sono anche loro, non si deve più decidere per il loro e nostro futuro senza un confronto, un intervento della generazione che dovrà subire e sopportare quei cambiamenti, non si può gravare sempre sul domani degli altri senza pensare di dover rinunciare a qualche rendita del presente e del passato.

Questo Paese negli anni addietro ha ipotecato il futuro dei propri figli, poi ha tolto loro i mezzi per onorare i debiti dei padri, che stanno ormai ricadendo sulle spalle di nipoti e pronipoti inconsapevoli. Nonostante questo sembriamo sempre tutti sordi, lontani, inflessibili nella nostra indifferenza verso questi figli di Italia.

Lo so, scrivere è facile, le soluzioni invece sono sempre dolorose e difficili, quelle giuste poi sono anche più amare, ma il vero atto di responsabilità degli italiani dovrebbe essere appunto questo: vivere questo momento come prova di amore verso il futuro, dare spazio a chi merita, dare pari opportunità a chi, nato prima o dopo, dovrà continuare a pensare di poter costruire un luogo migliore di quello che gli è stato lasciato, senza dover mai pensare di dover vivere la propria vita, per pagare quella di qualcun altro.

Emilia Romagna, parola d’ordine “ricostruire”


Di questi tempi è molto difficile trovare gente che non ami piangersi addosso, che anche dopo una disgrazia trovi il coraggio di ricominciare, senza perdersi nelle lacrime o nel latte versato. E’ vero, sono tempi terribili e di certo non manca la sofferenza, sia economica sia morale, viviamo tutti in preda a questo disincantato presente, ricco di rimorsi e povero di promesse per il domani. Eppure, di fronte a tutto questo, non ho potuto non apprezzare e riscoprire valore e coraggio nell’atteggiamento di quegli straordinari uomini e donne che hanno subito tra le disgrazie forse la peggiore: il terremoto, che ormai da 20 giorni continua a squassare la terra, ma non gli animi, degli abitanti dell’Emilia Romagna. Queste persone, davvero speciali, stanno dimostrando all’Italia intera che dopo il pianto, dopo la catarsi del dolore, bisogna costruire, anzi ricostruire, meglio e bene quello che si è perduto. L’esempio dato dai tanti lavoratori, imprenditori, uomini di fede e cittadini vari, che già il giorno dopo il primo sisma hanno immediatamente ripreso a lavorare, nelle fabbriche, nei campi, nei ruoli professionali e non solo, correndo ahiloro anche rischi altissimi, ha avuto su di me un impatto forte, quasi brutale. Ho avuto avanti agli occhi l’immagine di quella che è la migliore Italia, quella sempre in pista, mai ferma a commiserarsi, che non aspetta aiuto o assistenza, che per prima si rimbocca le maniche e scende in campo per sporcarsi le mani, con il cuore e la coscienza pulita di chi ha un’etica del fare, che supera mille parole. Nei giorni passati non ho potuto fare a meno di sentirmi vicino a queste persone, che con grande senso pratico hanno prima di tutto chiesto la possibilità di superare le barriere e gli ostacoli imposti dalla burocrazia di questo Paese. Non denari o finanziamenti, dunque, che spero comunque arrivino, ma soprattutto libertà nel rispetto delle regole, per riprendere da dove si era lasciato, per fare di un dramma un’opportunità di sviluppo, guardando fisso al domani che, come si sa, è spietato e  non aspetta alcuno. Così, mentre l’altra Italia litiga, commisera, parla e sparla e, nella migliore delle cattive tradizioni italiche, cerca qualcuno o qualcosa su cui scaricare un pesante barile, quel pezzo del nostro Paese, abituato al lavoro, va avanti comunque e, se necessario, da solo, con una forza e una perseveranza quasi imbarazzante per questa nazione che ama attendere contro una regione che preferisce fare. Insomma, guardo tutto questo e una parte di me si riempie di grande orgoglio al pensiero che quelle persone sono italiani come me e stanno dimostrando a tutti quanta forza si nasconda in questa terra, fatta di uomini e donne straordinari. Covo il sogno che questo grande ed eccezionale esempio di operosità, che è anche amore viscerale per la propria terra, sia contagioso e dilaghi in tutto lo stivale, tocchi le radici del nostro modus essendi e ci trasformi in cittadini più consapevoli del fatto che il primo aiuto, il primo esempio è quello che diamo a noi stessi con le nostre azioni; poi arriveranno anche altro ed altri, ma la prima reazione (quella giusta) è sempre la stessa: scendere in campo e scavare, sporcarsi le mani, fare di noi stessi strumento di cambiamento. E poi magari sperare che altri ci seguano, anche se hanno le lacrime ancora fresche sulla faccia e nel petto un grande dolore, ma ci seguano: con l’esigenza improcrastinabile di continuare e andare avanti e superare un brutto presente per un futuro migliore.

Work Life Balance, per lavorare e vivere meglio


In Italia si sta giustamente affrontando la riforma del sistema del lavoro, che da più parti, interne ed esterne, è stata individuata come uno degli elementi critici del sistema produttivo di questo Paese, sia perché oggi ha poche garanzie per le nuove leve sia perché ha generato un imbuto a strozzo con rendite di posizione dall’una e dall’altra parte, che non consentono l’applicazione del merito. Non si è raggiunta, dunque, quella cosiddetta equità sociale che resta sempre più asimmetrica tra vecchie e nuove generazioni e che soprattutto in questo momento di crisi sta generando e continua a generare  incertezze gravi, che penalizzano tutti i player in gioco nessuno escluso.

Ma mentre in Italia la discussione sembra ferma ad un pericoloso stallo tra Parlamento, parti sociali e tecnici, il resto del mondo va avanti e sviluppa sempre più il tema etico e sociale della sostenibilità, approfondendolo fino giustamente ad arrivare alla prima e più importante delle matrici da considerare, quella del bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa. Quello che tecnicamente è detto Work-Life Balance viene ormai considerato una delle principali leve, quando si parla di organizzazione e gestione delle risorse umane. Contribuisce a ridefinire in maniera sostanziale ed imprescindibile con le direttrici dello sviluppo sociale dell’employee engagement, evidenziando allo stesso tempo: l’importanza per il lavoratore e per il suo engagement della relazione tra produttività e attività extralavorative utili a migliorare in maniera qualificante l’opportunità di vivere meglio; l’ambiente di lavoro; l’ambiente sociale con i conseguenti risultati positivi necessari ad un azienda per migliorare complessivamente le proprie prestazioni in termini di costi/benefici sul mercato. A solo esempio esemplificativo, elenco una serie di risultati raggiunti dall’applicazione di questo tipo di politica impresa/lavoratore :

–       Flessibilità sugli orari di lavoro;

–       Riduzione dello stress negativo, dei periodi di malattia, del turnover e dell’assenteismo;

–       Miglioramento del rapporto azienda/dipendenti;

–       Miglioramento della concentrazione e della motivazione;

–       Responsabilizzazione e crescita personale.

Mi rendo conto che parlare oggi di questa tematica, per altro molto sviluppata nel contesto nord europeo, può sembrare una contraddizione con gli attuali tempi di crisi economica e conseguentemente del lavoro, ma personalmente credo che l’innovazione costante nell’approccio a tutte le componenti che determinano il fattore impresa, in primis quella delle maestranze, sia il fulcro e lo strumento per rilanciarsi. Le aziende sono sempre grandi avventure ed ogni orizzonte nuovo apre a nuove opportunità, studiare approfondire le questioni che vanno dal credito, al lavoro, alle nuove frontiere del commercio, tutto rientra nella sfera tanto dei nuovi quanto dei vecchi imprenditori, per restare in campo e giocare al meglio qualsiasi partita bisogna cercare di mantenere sempre le imprese giovani, negli approcci e nella forza propulsiva, nell’impegno a tentare sempre nuove strade per raggiungere buoni risultati economici, senza perdere di vista il fondamentale ruolo sociale di creatori e diffusori di benessere.

“VENTI ASSUNZIONI IMMEDIATE NELLA MIA AZIENDA SE POTRO’ SCEGLIERE SEMPRE IL MERITO”


Ho scritto a Napolitano, Monti e Fornero e ufficialmente lancio una proposta di non poco conto, a dimostrazione del vincolo che l’Art. 18 e le troppe forme contrattuali vigenti sono per lo sviluppo imprenditoriale.

Di seguito il testo della lettera inviata a Napolitano:

Egregio Presidente, è mio interesse, come presidente del Gruppo giovani della Confapi Campania, Federazione a rappresentanza delle Pmi, esprimere un’opinione sulle politiche del lavoro, tema dibattuto dal Governo proprio in questi giorni. Le premetto che la mia lettera contiene un  impegno da parte mia a favore di venti nuove assunzioni, qualora qualcosa mutasse. Un impegno che comunico a Lei e che intendo rendere pubblico, una promessa seria, dunque, e di non poco conto, visti i tempi, a dimostrazione della valenza di quanto sto per dirLe per un imprenditore.
A mio parere, non si può parlare dell’Italia del domani senza parlare del mercato del lavoro di oggi, né si può pensare a costruire un futuro per il Paese e le sue giovani generazioni senza riformare il nostro modo di intendere, creare e sviluppare l’ingresso, la formazione e l’uscita tanto delle nuove, quanto delle vecchie leve, che dalla catena di montaggio alla cattedra universitaria, alla conduzione di un’azienda hanno il compito di creare ricchezza e benessere sociale per la nostra nazione.
Ebbene una riforma del lavoro, vera, non dovrebbe prescindere dal riconoscimento del merito, operazione oggi quasi impossibile a causa di norme che non consentono il superamento di ostacoli formali, che impediscono tanto alle aziende quanto ai lavoratori di esprimere il meglio di sé.
L’Art. 18 non è sicuramente l’unico o il più importante degli elementi da riformare, ma è senza dubbio l’elemento politico e culturale che ha caratterizzato per tanti decenni una propensione del lavoro unica nel suo genere in Europa e forse nel mondo occidentale, che ha creato rendite di posizione che hanno portato il Paese ad una lenta, ma costante, crisi della capacità operativa e produttiva del suo sistema industriale, ad un allontanamento degli investitori internazionali e, in generale, a una cristallizzazione della contrattazione tra imprese e lavoratori, che ha generato il precariato senza prospettive dei nostri giovani e l’asimmetria terribile tra una classe di lavoratori vecchia e troppo privilegiata ed un’altra senza protezioni.
Come imprenditore, che guida con la sua famiglia un gruppo di imprese che in Campania dà lavoro a circa 150 persone, come rappresentante del mondo delle PMI italiane e come giovane italiano, sento forte il bisogno di chiederLe non solo di unificare le tante norme ed i mille contratti applicati, ma soprattutto di darmi questa possibilità: quella di scegliere e riconoscere sempre il merito nella mia azienda e tra i miei lavoratori, liberandomi da vincoli assurdi, come quello di trattenere per l’intera vita lavorativa chi non si sa mettere in gioco, chi non lavora sul serio, chi non rende giustizia a milioni di italiani che ogni mattina insieme a me scommettono sulla crescita del nostro Paese.
Non voglio solo fare richieste, voglio anche formalmente impegnarmi, come premesso. Prendo, quindi, un solenne impegno con Lei, con il presidente Monti e con la ministra Fornero, a cui pure scriverò della mia intenzione, quello di assumere immediatamente venti lavoratori, allorquando da imprenditore avrò la certezza di poter operare tante assunzioni quanti licenziamenti, lì e quando fosse necessario. Io, come tanti, credo che la riforma del mercato del lavoro sia una delle vere opportunità per consentire a tutti, giovani e vecchi, una società più coesa e più giusta e per consentire al Paese di ritornare a crescere per esprimere il potenziale straordinario che da sempre è stato riconosciuto all’Italia, alle sue imprese e ai suoi lavoratori.

Giovani, Belli e Disoccupati …


Giovani, Belli e Disoccupati, potrebbe essere il titolo dell’ ultima indagine dell’Istat, che per l’ennesima volta, evidenzia nel nostro paese un tasso di disoccupazione giovanile pari al 27% per le fasce di età comprese tra i 15 e i 24 anni, praticamente 1 su 4, a una distanza di 7,6 punti percentuali dalla media europea, una situazione drammatica quella che attanaglia la mia generazione, che nel migliore dei casi, si trova affannata tra dubbi rinnovi di contratti a progetto e a tempo determinato, senza un’ adeguata formazione che renda i nostri ragazzi flessibili, privati della possibilità, per motivi economici, di pensare a una casa o a una famiglia e vista l’attuale situazione di crisi del sistema economico che continua a penalizzarli, privati anche della fiducia nel domani.

Eppure con una piccola punta di orgoglio Napoli e Regione, hanno dimostrato di essere almeno nella proposizione ideale dei suoi giovani, in controtendenza, infatti mai come in questi ultimi mesi, la propensione a fare impresa dei giovani e soprattutto delle giovani, è stata tanto alta, complice sicuramente la mancanza di alternative, ma resta il fatto che  questo dato, cioè la forte volontà di non arrendersi e il mettersi in gioco, deve non solo essere interpretato, ma anche letto come ulteriore motivo per impegnare anche istituzioni e politica, a fornire gli strumenti e le garanzie necessarie a questi giovani per resistere e avanzare  nei propri progetti ed evitare che cadano nel terribile baratro dei “Neet” (Non in education, employment or training).

Infatti tra i tanti pessimi dati rilevati, quello veramente spaventoso e’ che in Italia gli “Inattivi”, ossia coloro che hanno rinunciato a qualsiasi proposizione lavorativa siano circa 15 milioni, di ogni dove ed ogni età, dato che spiega ancora una volta, non il calo di una fiducia ormai in picchiata nel paese, ma il crescente allarme sociale per una situazione che viene sottovalutata, ma che peserà in maniera gravissima sul futuro della nostra società, che fin da oggi si regge in grande parte sulla capacità del nostro sistema previdenziale (i nostri nonni) di generare ricchezza e non, come sarebbe naturale su quella dei nostri giovani, per i quali, ormai lo gridano tutti a gran voce, anche se inascoltati, bisogna immediatamente mettere in campo risorse ed energie, altrimenti tra un decennio o poco più saremo tutti condannati a vivere dei ricordi di una generazione nata già vecchia nelle speranze, che sopravvive sulle spalle di chi le ha rubato il domani.

link : http://www.caffenews.it/?p=10627

Sciopero dei Rifiuti un affronto per Napoli


Sì, è vero, Napoli non può sopportare un altro sciopero corporativo nel settore dei rifiuti. Lo ha detto il presidente del Consiglio comunale Leonardo Impegno, in un suo intervento su Repubblica di domenica scorsa, motivando la sua presa di posizione con argomentazioni che sono del tutto condivisibili.

Ambiente, rifiuti, immagine della città. Temi che si legano uno con l’altro. Napoli, nonostante la sua capacità di riemergere dalle sue ceneri come un’araba fenice, appare ancora profondamente segnata dalle ferite della lunga e dolorosa “emergenza rifiuti”. Schiacciata per settimane sotto il peso di una mortificazione che ha fatto il giro del mondo, quelle ferite non sono affatto cicatrizzate.

Il sospetto di un ritorno allo stato di crisi è sempre vivo. Restano numerosi nodi irrisolti. Come ho già avuto modo di spiegare proprio su queste pagine, non siamo riusciti a chiudere il ciclo integrato dei rifiuti. Restiamo in larga parte dipendenti per lo smaltimento di alcune importanti frazioni, come l’ umido, da altre regioni. Ci sono, poi, gli impianti e le discariche regionali da realizzare o mettere a regime. Altro nodo irrisolto è quello legato alla vicenda delle municipalizzate, che per decreto dovrebbero essere sciolte o in parte privatizzate. Queste continuano a generare costi assurdi per la collettività e disservizi perenni.

L’assessore Saggese ha spiegato in un’intervista che non c’è altra strada per Asìa, l’azienda del Comune di Napoli che si occupa di igiene urbana, che lo scorporo del servizio di spazzamento e la nascita di una nuova società, che assorbirà 800 dipendenti dei complessivi 2700 in organico nell’azienda madre. Leonardo Impegno, dal canto suo, ha messo il dito nella piaga. “Il ricatto di uno sciopero selvaggio – ha detto – è inaccettabile”. Soprattutto perché i lavoratori che si oppongono all’operazione-scorporo hanno ottenuto garanzie sul mantenimento del livello retributivo e sul tipo di contratto.

Penso alle migliaia di operai in cassa integrazione, con la prospettiva di un futuro assai incerto. Penso soprattutto alle migliaia di giovani, anche laureati, che vivono in constante stato di precarietà in lavori umilianti. Ai tantissimi che devono lasciare la loro terra di nascita perché non vogliono arrendersi a una prospettiva di lavoro in un call center o in un centro commerciale.

Le forze del centrosinistra non possono ripetere errori che hanno portato il sistema dei rifiuti al tracollo, consegnando la città stremata all’intervento salvifico di qualcuno. I sindacati confederali non possono nascondersi dietro la foglia di fico della tutela di lavoratori che sono fra i più garantiti.

La città che guarda e giudica non capirebbe. Non capirebbero anzitutto i giovani che si affacciano alla vita adulta senza protezioni corporative e tutele nepotistiche. Il danno di dover subire un altro affronto sarebbe enorme non solo per Napoli, ma per quelle forze politiche che faticano a tenere vivo il rapporto con gli strati meno protetti della popolazione. Con i giovani e le donne a cui, come ha ricordato Luisa Bossa su queste colonne, è stato tolto anche l’ossigeno del reddito di cittadinanza.

ANGELO BRUSCINO