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L’inutile (?) Austerità espansiva


Austerita_Espansiva_1_01Una delle ultime domande che ci siamo posti in Italia ed in Europa al tramonto del 2012 e la stessa che ha continuato a tenere banco e polemica nel 2013, tanto tra cittadini, quanto tra accademici, politici ed economisti, ossia quale fosse la reale possibilità che politiche di austerità (severe fiscal contractions) avessero, anche nel breve periodo (cioè mentre venivano realizzate) effetti espansivi sul reddito, tesi  battezzata nella ricerca scientifica come : “Austerità espansiva”. Teoria che promuove politiche di taglio del deficit e del debito pubblico per rispondere a una crisi–finanziaria da debito eccessivo, come è quella attuale in molti Paesi del mondo, Italia compresa.

Quindi come evidenziato anche dallo studio del capo economista del FMI Oliver J. Blachard, i costi  in termini di reddito nazionale perduto che si manifestano quando l’austerità si realizza, cioè si riduce il deficit pubblico, aumentando le tasse (come maggiormente accaduto in Italia) e/o riducendo la spesa, spesso superano di molto i benefici nel breve periodo.

Tre aspetti sembrano ancora utili, soprattutto con riferimento alla realtà del nostro Paese per valutare i reali effetti di una politica di Austerità :

1)    Separare ciò che riguarda la congiuntura (recessione, ripresa); e il trend (depressione, crescita).
Nel nostro caso, ciò significa distinguere ciò che si fa da un anno all’altro, da ciò che cambia in modo radicale lo scenario complessivo e soprattutto prevedibile in futuro. Nel primo caso, parliamo di austerità; nel secondo caso parliamo di risanamento, che è cosa ben diversa: si raggiunge una nuova posizione di equilibrio relativamente stabile, e non ce ne preoccupiamo più. Il dibattito sui costi, maggiori o minori, delle politiche di austerità non va quindi confuso con i benefici – che nessuno ha messo in dubbio – di un risanamento della finanza pubblica.

2)    E’ sempre possibile che un intervento sul bilancio pubblico di segno restrittivo risulti poi accompagnato da un’evoluzione dell’economia peggiore di quanto inizialmente previsto. E’ questo di certo il caso dell’Italia nel 2012: se confrontiamo le previsioni su cui era basata la politica del Governo un anno fa con i risultati conseguiti, è evidente un andamento dell’economia peggiore del previsto. Ma ciò significa che si erano sottovalutati gli effetti recessivi di quella politica.

3)    Il terzo aspetto, molto importante, e che è stato sottolineato dal Bollettino della BCE (Dicembre 2012, pagg. 88 – 92) riguarda le altre condizioni da cui dipendono i “costi” della austerità e sono:

1. La necessità di un quadro di riferimento di lungo periodo;

2. La credibilità di un paese, che comporta una favorevole reazione dei mercati finanziari, una riduzione dei “premi al rischio” e quindi una riduzione dei costi economici e sociali del risanamento.

3. La preferenza per interventi di riduzione del deficit pubblico concentrati sul lato della spesa più che sulla tassazione.

4. Anche in connessione con il punto precedente, l’importanza che non siano ridotti gli investimenti pubblici, che più contribuiscono alla crescita.

Austerita_Espansiva_3La conclusione di tutto ciò, è evidente: i costi che dovremo sopportare per rientrare in una posizione di debito sostenibile dipendono molto da noi. Cioè dalla credibilità dell’impegno del Governo; dalla cura con cui definisce la migliore strategia (tenendo conto sia del breve sia del lungo periodo); dalla coerenza con cui la realizza. Se la “austerità espansiva” sarebbe nel nostro caso una favola, è anche vero che una buona parte dei costi del “risanamento mancato” degli anni scorsi non è imputabile al resto del mondo.

Quindi e questo vale soprattutto per gli impegni che in questo momento pre-elettorale, molti candidati e partiti stanno prendendo con gli italiani, non si deve assolutamente sottovalutare un punto fondamentale : la serietà di chi si candida a governarci e a risanare questo povero e straordinario paese, o correremo il rischio di pagare un prezzo assai alto per le nostre ormai povere tasche e forse anche per le nostre (ormai ridotte al lumicino) speranze.

In collaborazione con il Circolo REF Ricerche

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Di Lavoro si deve vivere, mai morire


ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

Investiamo sulle SmartCity, ma non sui cittadini


UnknownSi parla sempre più spesso di Smartcity e soprattutto a Napoli l’argomento è reso più interessante dai tanti problemi esistenti che potrebbero trovare soluzioni con l’applicazione di nuove tecnologie o a volte del semplice e banale buonsenso.

Far diventare le cose più intelligenti, per aiutarci a vivere meglio è una bella ed appassionante sfida e le possibilità sono infinite, dai semafori intelligenti che regolano da soli il flusso del traffico, alle smart card con Rfid per la tracciabilità di prodotti, cose e persone, ai pagamenti con tecnologia NFC tramite gli smartphone, all’accesso libero al Wi-Fi che è un bisogno chiave per tutte quelle città che puntano a essere leader e trend setter nel campo delle città intelligenti. 

Alcune amministrazioni  si sono già organizzate nel tentativo di diventare smart e sostenibili per l’ambiente con l’ introduzione di ordinanze cittadine che prevedono l’impiego di energia solare per alimentare il sistema idraulico di edifici di grande dimensione e l’installazione di sensori sulle fontane per monitorare e ridurre lo spreco di acqua potabile pubblica; sulle aree di parcheggio per segnalare in tempo reale gli spazi ancora da occupare, così da evitare di girovagare in automobile e da ridurre le emissioni con l’utilizzo di app per smartphone gratuite che si scaricano sul telefonino che aiuta a trovare i parcheggi disponibili e più economici e consente di pagare senza dover trafficare con parcometri vari ed eventuali.

Altre hanno realizzato progetti per la riduzione e la trasformazione del rumore prodotto dal traffico cittadino ed utilizzando software e mappature delle aeree urbane, sono riuscite con l’ausilio di suoni elettronici  a convertire il rumore, in un dolce suono di sottofondo che culla la città quasi fosse la sua ninnananna.

Altri progetti prevedono la distribuzione di una smartcard consegnata a tutti i cittadini per usufruire dei servizi erogati attraverso un network: dalle farmacie, al noleggiare biciclette, usufruire dei servizi di mensa scolastica, accedere alle piscine comunali, prenotare i buoni sconto comunali per i centri estivi, per supportare il sistema di votazione scolastico oppure per caricare il valore dei vuoti (buoni e lattine) fino ad arrivare alla creazione di un vero e proprio Crm (Citizen Relationship Management).

L’Italia non disegna affatto il concetto di smart city e affida alle istituzioni un’attività di selezione e poi scelta di progetti innovativi, aperto ad imprese, centri di ricerca, consorzi e società consortili, organismi di ricerca con sedi operative su tutto il territorio nazionale. Sulla scorta di tutte queste idee, progetti, realtà esistenti o in fase di realizzazione, anche la nostra Napoli sta tentato di fare la sua parte e certo non mancano a noi intelligenza o creatività per esprimere quell’ innovazione che applicata alle cose, potrebbe cambiare la qualità della vita di tutti noi.

Ma detto questo è doverosa anche una riflessione, stiamo tentando di rendere smart gli oggetti che ci circondano, ma non dovremmo forse, puntare prima sulle persone?

Quanto è utile sostituire un semaforo con uno intelligente se nessuno lo rispetta? Quanto è importante installare sensori per la misurazione del consumo idrico ed energetico, se poi si lascia all’ incuria e al degrado il patrimonio pubblico? Quanto è utile progettare sistemi di riduzione del rumore, se poi Napoli è ancora la prima città di Italia che esplode botti illegali? Potrei continuare purtroppo a lungo, ma solo per concludere che non esiste cambiamento che non coinvolga anche le persone, la loro formazione, il background culturale, l’impegno attivo dei cittadini, insomma, ma questo resta solo il mio modestissimo parere, per avere una città smart, dobbiamo concentrarci prima su noi stessi ed imparare che non sono le cose che ci rendono più intelligenti, ma il nostro fare, il nostro atteggiamento, la nostra volontà di dimostrare che siamo noi gli artefici del cambiamento e non gli oggetti che costruiamo o compriamo, perchè tutto può cambiare in meglio solo se scegliamo prima di migliorare noi stessi.

Quanto ci costa essere Italiani ?


quanto-costa-il-debito-pubblico-italiano-L-UaIMhOAlla fine di questo 2012 credo di aver capito qualcosa di importante. Ho appreso una lezione straordinaria che mi ha dato la comprensione di quanto costi essere italiani.

Mi spiego meglio. Nell’ultimo anno abbiamo tutti scoperto che la nostra nazione non aveva più credibilità in Europa e nel mondo e che per tale motivo siamo stati commissariati dai mercati con un governo tecnico, che aveva come compito quello di ricostruire un’immagine del Paese che desse affidabilità. Operazione indubbiamente riuscita e per la quale noi, volenti o nolenti, abbiamo pagato un salatissimo conto: innalzamento dell’età pensionabile, opinabile riforma del lavoro, aumento dell’iva, aumento della pressione fiscale su persone ed aziende, peggioramento generale dei servizi offerti dallo Stato e soprattutto nessuna, e ripeto nessuna, vera riforma che migliorasse lo squilibrio, in costi e responsabilità, tra i singoli cittadini e la macchina dello Stato, ancora e sempre impunita in tutte le sue forme.

Oggi, al tramonto di questo 2012, tutti sappiamo di essere diventati più poveri. In Italia il rischio povertà è salito al 30% (il più alto d’Europa), meno flessibili i giovani sul lavoro (pensione a 67 anni con 40 anni di contributi), ci sono inoltre circa 2 milioni di ragazzi arresi, che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet, definizione purtroppo ormai diffusa). Sappiamo, poi, che da inizio anno 25 mila aziende sono fallite, perché lo Stato non le ha pagate e le banche non hanno fatto credito, sappiamo che la sanità pubblica sarà sempre meno un diritto, sappiamo di dover pagare ancora più tasse a causa delle cattive gestioni dei nostri amministratori, sappiamo che il debito pubblico italiano, nonostante gli immensi sacrifici sopportati, è aumentato ancora e ha superato la cifra record di 2 trilioni di euro.

Ebbene, di fronte a tutto questo abbiamo dimostrato spesso di essere eccezionali. Molte aziende si sono ristrutturate e, sfruttando al massimo le condizioni di mercato e il valore del marchio Made in Italy, hanno per la prima volta dopo 10 anni (ultima volta nel 2002) riportato in positivo la nostra bilancia commerciale che ad ottobre ha segnato un avanzo di 2,5 miliardi di euro nella differenza tra import ed export. Sappiamo che molti giovani e molti vecchi lavoratori di fronte alla mancanza di lavoro si sono ingegnati e hanno costituito piccole aziende per mettere a frutto la loro competenza ed originalità. Sappiamo che, nonostante la cattiva politica che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, dai tagli ai suoi costi, alla legge elettorale, all’abolizione delle Provincie o delle tante prebende, il Paese ha continuato ad andare avanti stringendo la cinghia. Sappiamo spesso di aver sorpreso tutti, quando un italiano, in Europa o nel mondo, ha dimostrato eccellenza, tanto nella scoperta di una particella, quanto alla direzione della BCE. Sappiamo però anche di continuare a sorprendere quando dimostriamo di non saper cambiare, di preferire l’anarchia alla regola, i vecchi errori alle nuove promesse. Sappiamo di ferire l’orgoglio di questa nazione quando accettiamo tacitamente di parlare solo di poltrone, di primarie, di vecchi leader che si riciclano con fatue promesse, mentre dimentichiamo contenuto e  programma, perché sarebbe meglio votare prima quello che si vuol fare e poi magari le persone che dovranno farlo, per scegliere davvero la competenza e il merito.

Sappiamo bene che sorprenderemo ancora questa Europa che non ci capisce, né conosce bene, sappiamo che presto avremo un colpo di reni, che dimostreremo di nuovo a tutti quanto valiamo, ma sempre nel nostro piccolo, nelle nostre case, nelle nostre aziende e nelle nostre vite, perché a quanto pare, visto anche il triste spettacolo dei giorni scorsi e presenti, sulla scena istituzionale e politica preferiamo ancora una volta essere incredibili, mentre nella nostra dimensione personale restiamo straordinari ed eccezionali! Una bella dicotomia che speriamo come augurio collettivo di superare in questo 2013 alle porte e far sì che emerga qualcuna delle nostre grandi e riconosciute virtù, a scapito di qualche ridicolo e ormai insostenibile difetto.

Favorire le pari opportunità : Spesso bastano piccole azioni


Le Pari opportunità sono un argomento sicuramente molto di moda in questo periodo di assoluta difficoltà. Ma cosa significa sul serio questo termine? Cosa vuole dire in concreto impegnarsi su questi temi? Perché incide in un paese come l’Italia ?

Definizione sintetica
Volendo dare una definizione breve, ma che colga appieno il senso del discorso, possiamo dire che stiamo parlando dell’applicazione del merito, a prescindere dal sesso, dalla condizione sociale e dalla condizione fisica, un tema, quindi, in Italia e soprattutto in Campania straordinariamente attuale.
Come vedete la definizione è molto ampia e si basa sul presupposto che si debba in uno stato civile e democratico come quello italiano, settima potenza economica e grande nazione occidentale, creare basi di partenza che consentano a tutti, a seconda del proprio impegno, di traguardare gli obbiettivi che si sono posti: insomma niente di più banale, niente di più difficile.
Tra le tante dimostrazioni di quanto questo atteggiamento sia molto spesso solo dichiarato e molto poco applicato ci sono i dati, che sono stati pubblicati proprio in questi giorni, che attestano come la Campania registri un 20,4% di lavoratrici, (in Europa le donne a lavoro sono circa il 74%), dato uguale a quello del Pakistan e di poco superiore a Libano, Yemen e Mauritania.

Aree svantaggiate
Le province in cui le donne sono messe peggio in quanto a impiego sono: Napoli (72% inattive) e Caserta (70,7%) a livello nazionale. E quindi, come al solito, nei tristi primati ci ritroviamo sempre all’apice.
Questa pessima fotografia, per altro, peggiora sicuramente se si pensa a tutte le altre categorie, come quelle con disabilità, i giovani e così via.
Tutto frutto di una politica che soprattutto nei ruoli pubblici e nella pubblica amministrazione non è in grado di garantire servizi minimi, come asili per le neo mamme, concorsi per i giovani, applicazione del merito contro le raccomandazioni, trasparenza e correttezza, insomma in tutte le sue forme.
Ma nonostante tutto questo, e forse proprio a causa di questi problemi, l’Italia è al primo posto in Europa per quanto riguarda il maggior numero di imprenditrici e autonome: 1.565.400, pari al 16,4% delle donne occupate, rispetto alla media europea del 10,3.
Ed è tra i primi posti per natalità di giovani imprese, gestite da giovani insomma! La Campania in questo caso gioca con Napoli una bella partita, piazzandosi al secondo posto dopo Milano.

Riflessioni di metodo
Ora magari varrebbe la pena concentrarsi un po’ su questi punti, considerarli una forza e stimolare in questa direzione politiche ed azioni che creino quelle pari opportunità di merito a favore di chi sta ancora scommettendo.
Basterebbero piccole azioni, magari promuovere non vuoti convegni di sensibilizzazione, ma l’apertura di qualche asilo, la creazioni di stimoli alle imprese gestite da giovani, la trasparenza nei concorsi e forse si potrebbe raccogliere l’anno prossimo qualche dato in controtendenza, che ci veda competere con qualche democrazia occidentale e non con il Pakistan (con il dovuto rispetto).

Il ritorno del Terrorismo, in un’ Italia senza memoria


Gli italiani sono un popolo di Santi, poeti e navigatori, ma sono soprattutto uomini e donne dalla corta memoria.

E’ straordinaria la nostra capacità di non apprendere mai le lezioni della storia, moderna o antica che sia. Neppure 40 anni ci separano dagli anni bui del terrore, dalle BR, che le pagine tristi e violente di quei tempi sembrano riproporsi, con l’aggravante che, avendolo già vissuto quel brutto capitolo italiano, avremmo tutti dovuto e potuto creare degli anticorpi sociali, fatti di cultura, educazione, giustizia ed equità; anticorpi talmente forti da riuscire a proteggere le generazioni successive dagli incubi peggiori di un’Italia che oggi dimostra di non essere maturata. Mancano i valori etici della società e della politica, si porta avanti un modello di protesta quasi mai civile, ma troppo spesso anarchico o di inciucio, che tanto evidentemente amiamo eleggere a nostra aspirazione.

Quindi, mi sorprende sempre tanto il coraggio, o forse dovrei dire l’ipocrisia, con il quale continuiamo a celebrare i tanti martiri laici di questo Paese, morti per un’idea non di Stato, ma di società giusta.

Mi sorprende sempre, alle parate e alle feste, il nostro non sdegno per gli atti di forza, di sciacallaggio, per le bombe carta, per i proiettili diretti verso questo o quel cittadino, colpevole spesso solo di rappresentare o di lavorare per un ente, azienda od agenzia eletta a spauracchio o simbolo di ingiustizia.

Combattere sul serio la cattiva Italia si può con la riscoperta di valori civili, senso dello Stato e voglia di riforma e cambiamento, principi che si concretizzano nelle sedi opportune, come quelle legislative, promuovendo quello spirito di nazione e di appartenenza, di merito e di giustizia, di cittadinanza attiva, che tanti uomini, anche nel recentissimo passato, hanno incarnato e a cui, spesso, chi conosce solo violenza e anarchia ha spezzato la vita.

Guardiamoci indietro solo per biasimarli e condannarli questi individui, residui di un’epoca superata che deve restare confinata al passato. E soprattutto, spingiamoci avanti, dimostrando di aver imparato la lezione, avendo nel cuore e nella mente le immagini e la storia dei grandi uomini di questa terra, che hanno dato impegno civile e sangue per una società dove esistesse equilibrio ed equità.

Torniamo in campo per pretendere la realizzazione di quegli ideali, ricominciamo a sognare quel Paese che i tanti Borsellino, Falcone, Moro, Diana volevano edificare e cancelliamo gli incubi che i piccoli brigatisti di ieri o di oggi vorrebbero imporci con la crudeltà e la spietatezza di questi giorni.

Nella violenza c’è solo paura e sconforto: nessuna idea buona si afferma con le armi, nessun domani migliore si costruisce sul dolore o la morte degli altri. Tutto il buon futuro si erige sulle fondamenta create da mani oneste e menti libere da qualsiasi fanatismo, menti ricche della volontà di chi combatte civilmente per ottenere il diritto a sperare e a realizzare i propri sogni. L’unico modo che la gente del mondo ha sempre conosciuto per migliorarsi e sentirsi libera è quello di non rinchiudersi nelle gabbie e nelle brutte storie del passato. Essere incudine non significa solo sopportare, ma anche sostenere il creare, reggere la materia mentre si plasma e supportarla con forza nel suo divenire. L’incudine è uno strumento indispensabile nelle fucine, più del martello… che quando non si sa battere si spezza.

Insegnare il coraggio, per vincere ogni paura


Insegnare il Coraggio e non la paura, la frase potrà sembrare banale, ma è quanto mai veritiera: non è mai stato tanto importante come adesso investire nella speranza, per cercare di riprendere e ridare un futuro al nostro Paese, perché solo chi ha coltivato nel cuore e nella mente il sentimento di fiducia negli uomini di questa Italia ed in se stesso può non cedere di fronte a una stagione triste, fatta di corruzione morale e materiale, di deficit, di fallimenti. Solo chi coltiva dentro di sé la giusta volontà di cambiare le cose in questo Paese, fatto di veri e finti poveri, di cattivi partiti, di furbetti e di profittatori, può trovare motivazioni ad andare avanti, a non arrendersi, a non cedere allo sconforto e a volte purtroppo a gesti di resa definitiva e terribili, come i tanti suicidi che stanno sconvolgendo tanto il Nord, quanto il Sud.

Dobbiamo liberarci dal sentimento di paura, generato anche da questo Stato sempre più patrigno e sempre meno padre, che rischia di diventare da opprimente ad oppressore, se chi ci governa per primo non prende il coraggio a piene mani e riforma questa macchina ormai  “mostruosa” che è la pubblica amministrazione, lontana dai cittadini e chiusa in difesa di privilegi insostenibili.

Fare sacrifici non è piacevole, ma gli italiani non si sono certo tirati indietro. E’ il pensiero che siano inutili, che spesso ci lascia sconfortati. E’ il trovarsi sempre di fronte al furbetto di turno, all’imbroglio, all’atteggiamento raffazzonato e superficiale di chi decide per noi, che ci spinge nelle braccia della paura.

Eppure bisogna guardare ai buoni esempi che non mancano, dei tanti che con grande coraggio questa Italia la stanno cambiando. Bisogna guardare a chi accetta di vivere sotto scorta, come molti giornalisti e magistrati che lottano per la verità e la legalità, guardare alle buone istituzioni che presiedono il territorio, lavorando duro per ridare allo Stato la giusta immagine, rispondendo alle mille emergenze di questa stagione con professionalità e competenza, guardare alle istituzioni religiose impegnate nel recupero delle mille povertà materiali e spirituali, guardare agli imprenditori che, nonostante i mancati pagamenti, il credit crunch, la concorrenza sleale investono ancora, guardare ai lavoratori che pensano che l’unica vera protezione sia l’onestà e la serietà sul lavoro, guardare ai tanti uomini e alle tante donne, vecchi e giovani che siano, che non si arrendono, che credono che ogni nuovo giorno sia un altro passo verso un’Italia migliore.

A tutte queste persone che ci camminano silenziosamente affianco, va un grazie particolare, perché il loro fare è il modo migliore per raccontare ed insegnare quel coraggio di cui tutti abbiamo un disperato bisogno e per superare questa terribile paura che sembra voler inghiottire il futuro di tutti.