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Quanto ci costa essere Italiani ?


quanto-costa-il-debito-pubblico-italiano-L-UaIMhOAlla fine di questo 2012 credo di aver capito qualcosa di importante. Ho appreso una lezione straordinaria che mi ha dato la comprensione di quanto costi essere italiani.

Mi spiego meglio. Nell’ultimo anno abbiamo tutti scoperto che la nostra nazione non aveva più credibilità in Europa e nel mondo e che per tale motivo siamo stati commissariati dai mercati con un governo tecnico, che aveva come compito quello di ricostruire un’immagine del Paese che desse affidabilità. Operazione indubbiamente riuscita e per la quale noi, volenti o nolenti, abbiamo pagato un salatissimo conto: innalzamento dell’età pensionabile, opinabile riforma del lavoro, aumento dell’iva, aumento della pressione fiscale su persone ed aziende, peggioramento generale dei servizi offerti dallo Stato e soprattutto nessuna, e ripeto nessuna, vera riforma che migliorasse lo squilibrio, in costi e responsabilità, tra i singoli cittadini e la macchina dello Stato, ancora e sempre impunita in tutte le sue forme.

Oggi, al tramonto di questo 2012, tutti sappiamo di essere diventati più poveri. In Italia il rischio povertà è salito al 30% (il più alto d’Europa), meno flessibili i giovani sul lavoro (pensione a 67 anni con 40 anni di contributi), ci sono inoltre circa 2 milioni di ragazzi arresi, che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet, definizione purtroppo ormai diffusa). Sappiamo, poi, che da inizio anno 25 mila aziende sono fallite, perché lo Stato non le ha pagate e le banche non hanno fatto credito, sappiamo che la sanità pubblica sarà sempre meno un diritto, sappiamo di dover pagare ancora più tasse a causa delle cattive gestioni dei nostri amministratori, sappiamo che il debito pubblico italiano, nonostante gli immensi sacrifici sopportati, è aumentato ancora e ha superato la cifra record di 2 trilioni di euro.

Ebbene, di fronte a tutto questo abbiamo dimostrato spesso di essere eccezionali. Molte aziende si sono ristrutturate e, sfruttando al massimo le condizioni di mercato e il valore del marchio Made in Italy, hanno per la prima volta dopo 10 anni (ultima volta nel 2002) riportato in positivo la nostra bilancia commerciale che ad ottobre ha segnato un avanzo di 2,5 miliardi di euro nella differenza tra import ed export. Sappiamo che molti giovani e molti vecchi lavoratori di fronte alla mancanza di lavoro si sono ingegnati e hanno costituito piccole aziende per mettere a frutto la loro competenza ed originalità. Sappiamo che, nonostante la cattiva politica che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, dai tagli ai suoi costi, alla legge elettorale, all’abolizione delle Provincie o delle tante prebende, il Paese ha continuato ad andare avanti stringendo la cinghia. Sappiamo spesso di aver sorpreso tutti, quando un italiano, in Europa o nel mondo, ha dimostrato eccellenza, tanto nella scoperta di una particella, quanto alla direzione della BCE. Sappiamo però anche di continuare a sorprendere quando dimostriamo di non saper cambiare, di preferire l’anarchia alla regola, i vecchi errori alle nuove promesse. Sappiamo di ferire l’orgoglio di questa nazione quando accettiamo tacitamente di parlare solo di poltrone, di primarie, di vecchi leader che si riciclano con fatue promesse, mentre dimentichiamo contenuto e  programma, perché sarebbe meglio votare prima quello che si vuol fare e poi magari le persone che dovranno farlo, per scegliere davvero la competenza e il merito.

Sappiamo bene che sorprenderemo ancora questa Europa che non ci capisce, né conosce bene, sappiamo che presto avremo un colpo di reni, che dimostreremo di nuovo a tutti quanto valiamo, ma sempre nel nostro piccolo, nelle nostre case, nelle nostre aziende e nelle nostre vite, perché a quanto pare, visto anche il triste spettacolo dei giorni scorsi e presenti, sulla scena istituzionale e politica preferiamo ancora una volta essere incredibili, mentre nella nostra dimensione personale restiamo straordinari ed eccezionali! Una bella dicotomia che speriamo come augurio collettivo di superare in questo 2013 alle porte e far sì che emerga qualcuna delle nostre grandi e riconosciute virtù, a scapito di qualche ridicolo e ormai insostenibile difetto.

Nuovo corso in Confapi, si apre l’era Casasco


Il 26 luglio scorso, la mia Associazione è stata chiamata a rinnovare i suoi vertici nazionali: non è stato un momento semplice, come mai lo sono le tornate elettorali. Forse, e soprattutto, perché in Italia la cultura della democrazia e del saper interpretare il proprio ruolo, di vincitore o di perdente, non si è mai veramente radicata. Quel che conta, sempre e comunque, è che ci sia un punto nuovo di partenza per tutti.

Il nuovo presidente si chiama Maurizio Casasco, è bresciano, e già nei modi e nel linguaggio fa trasparire un’indole cordiale, ma decisa, rapida, ma riflessiva. Viene da una lunga esperienza di imprenditore e di manager, nella quale ha visto crescere aziende, ne ha salvate altre, ma soprattutto ha saputo e dovuto coltivare giovani talenti, tanto nello sport come nelle professioni. Insomma è per tutti noi l’uomo con cui ricominciare ad avere speranza e passione.

Nelle imprese e nella nostra Associazione, nel corso della sua esperienza come presidente della territoriale di Brescia, ha sviluppato un metodo che si potrebbe riassumere in questo modo: “oggettivare il merito dello stare insieme, raccontare in maniera scientifica che fare squadra tra PMI significa spesso superare brillantemente gli ostacoli, seguendo tre semplici regole, trasparenza, merito e legalità”.

Insomma nessuna ricetta astrusa, molto buon senso e tanta, tantissima etica del fare. Nel suo programma si leggono le intenzioni, la vision che per qualche tempo ci era mancata e soprattutto a muso duro c’è una dichiarazione pubblica che più di ogni altro argomento mi ha colpito: creare opportunità di engagement per i giovani imprenditori, dando loro il compito di ridare freschezza e spinta motivazionale ad una Associazione straordinaria che da 65 anni interpreta i bisogni e le voci di migliaia di piccoli imprenditori. Imprenditori che, vale la pena ricordarlo sempre, sono la spina dorsale del nostro Paese.

Certo, un uomo solo non basta a risolvere i problemi. Irreale non immaginare che  l’inizio per la nuova Confapi targata Casasco sarà duro ed in salita, ma a volte un’elezione serve a far rinascere sentimenti di fiducia e partecipazione, come la volontà di tornare a fare squadra per rilanciare, e mai come adesso ne abbiamo bisogno, un’associazione di imprese e di imprenditori che, oltre ai proclami, sia propositiva, racconti la storia di uomini e donne che scommettono contro la burocrazia, la mancanza di credito morale e materiale, contro il cattivo di questo bel Paese. Uomini e donne che ogni mattino riaccendono cuori e macchine che hanno fatto dell’Italia una potenza economica di livello mondiale e che sentono forte il bisogno di avere un interprete vero e sano dei loro bisogni, di qualcuno che faccia la voce grossa al posto loro quando le cose non vanno e soprattutto di qualcuno che sappia proporre soluzioni e portarle avanti in tempi tanto difficili.

Come si leggeva sul viso di ognuno in Assemblea, di lavoro da fare ce ne è tantissimo, innanzitutto su noi stessi: questo non credo spaventi alcuno, dopotutto il lavoro è da sempre la nostra mission! E’ che le associazioni, le aziende sono squadre di uomini e di donne e per vincere serve sempre un grande allenatore, un leader che le rimetta in sesto e le prepari ad affrontare l’Olimpiade del mercato e della vita. Forse non saremo i migliori atleti del mondo, ma nel fare impresa, nonostante le tante difficoltà, davvero non ci batte nessuno!

Intervento su “Porta a Porta” su Art.18 e riforma del mercato del lavoro


L’ importanza del Web, nel sistema Imprese Italia


In molte aziende, negli ultimi anni, si assiste ad una continua rivoluzione dei sistemi di comunicazione e di controllo dati: l’obiettivo è andare di pari passo con l’avanzare della cultura digitale, che con l’ingresso di nuove e giovani professionalità, unitamente anche ai nuovi sistemi normativi e relazionali, ha riconfigurato i modi e le forme di approccio, legate sia alle opportunità sia ai problemi che un’azienda nella sua vita incontra.

Il Web, tra pro e contro, negli ultimi anni si è dimostrato non solo uno straordinario fenomeno di costume, ma un eccezionale strumento di impresa, basti pensare alle tante realtà dematerializzate nel settore del commercio o dei servizi di consulenza che sono riuscite a costruire su internet non solo il loro primo mercato, ma anche luoghi dove operare, annullando distanze e costi fissi importanti. In quest’ottica di sviluppo, anche in Italia le attività basate sul telelavoro avanzano (seppur con diffidenza) con incredibili risultati di produttività. Le nostre stesse associazioni ne sono testimoni privilegiati, costituendo spesso in prima persona casi di successo: basti pensare all’Api Perugia, che ha completato il processo di realizzazione di un network tra aziende ed associazione, il cui personale opera da casa, offrendo ottimi risultati agli associati senza alcun calo di produttività, anzi migliorando le prestazioni e nel contempo favorendo l’abbattimento dei costi di malattia e degli uffici, questi, ridimensionati e riconfigurati, sono utilizzati per la sola attività di rappresentanza.

Ma dalle associazioni il passo alle imprese è breve, in tantissime ormai si sono dotate di siti internet che hanno superato il semplice schema di marketing della vetrina digitale, implementando servizi ed attività che vanno dalle richieste per prenotare ed acquistare direttamente online per gli utenti consumer, al controllo della logistica e della produzione.

Inoltre, è indiscutibile il ruolo di alcuni software per il monitoraggio e il controllo delle attività produttive e industriali, che sempre più sono orientati su applicazioni web, per consentire il telecontrollo dell’intera fase produttiva, senza limiti di distanze o presenza fisica, riuscendo addirittura a permettere all’utente di operare in remoto, per apportare soluzioni e cambiamenti in tempo reale sulle linee di produzione.

Anche la logistica è stata fortemente influenzata dallo sviluppo di molte applicazioni web, che vanno dal tracciare semplicemente gli automezzi per controllarne il tragitto, al controllare i consumi e le soste, passando per il trasportare i colli e il verificare dello stato del mezzo. Insomma la capacità di penetrazione del web nel mondo delle imprese, dei professionisti e dei cittadini è impressionante e spesso offre garanzie di qualità e produttività prima impensabili, contribuendo al successo di iniziative di impresa, di prodotti, di marketing e, come visto recentemente, anche a rivoluzioni epocali tanto nell’economia, quanto nella politica, nella libertà di pensiero e nella libertà dei popoli.

Ma il web è anche uno strumento fenomenale di risoluzione dei problemi e di rivoluzione nelle stanche ed infinite maglie della pubblica amministrazione, che da sempre pesa come una scure sulla capacità e la velocità del nostro Paese di vincere la sfida non solo dei mercati, ma anche quella dei servizi garantiti al cittadino. Alcune proposte e alcune applicazioni web, nella pubblica amministrazione potrebbero garantire non solo un aumento incredibile della produttività dei nostri dipendenti pubblici, ma anche lo snellimento e la risposta di una delle macchine burocratiche più lente d’Europa, basti pensare alla possibilità di ricevere ed emettere certificati in formato digitale, l’utilizzo della legalmail. E ancora basti considerare la fatturazione elettronica, l’invio di fax, raccomandate etc, un unico strumento riuscirebbe ad abbattere costi postali, temporali e garantire certezza di arrivo e risposta, ma non solo: si pensi allo sviluppo in orizzontale delle comunicazione tra pubblico e privato, la tracciabilità dei documenti in digitale, la creazione di database, virtualmente indistruttibili ed eterni della pubblica amministrazione, il controllo in tempo reale di pratiche e stati di avanzamento dei lavori, operabili anche da casa, sia per le imprese ed i cittadini sia per gli operatori pubblici. Davvero una rivoluzione in grado di far ripartire l’Italia sui binari ad alta velocità dell’era digitale e, quindi, del mondo!

Ma a tutti questi esempi c’è una fondamentale postilla: non esiste progresso possibile nel campo digitale senza adeguata formazione e professionalità e spesso senza l’ingresso di una nuova generazione preparata, quella che oggi si definisce “nativa digitale”, cresciuta quindi con le tecnologie digitali e capace di non viverle come cambiamenti, ma di apportandoli “naturalmente” con il suo ingresso nel mondo del lavoro. Il ricambio per tanto è fondamentale tanto quanto la capacità di riformare gli uomini e le aziende nella direzione di internet e del suo mondo di byte e pixel, bisogna pensare a quanti giovani imprese stanno realizzando la loro fortuna solo per aver compreso prima di altre le opportunità nate dai sistemi network come facebook o twitter. E ancora bisogna pensare a quante hanno invece saputo crescere grazie ai servizi di Google e a quante da anni ormai hanno realizzato, tramite il clouding, un abbattimento di costi e un aumento di sicurezza dei propri dati, tanto da ricavarne un vantaggio sulla concorrenza.

I pro e i contro del Web infine sono appunto questi: un velocissimo ed incessante cambiamento verso nuovi ed inesplorati orizzonti, in grado di rivoluzionare mercati, costumi, mode, politiche. Per essere sfruttati, però, questi incredibili giacimenti di ricchezza culturale ed economica hanno bisogno di esperti, di ricerca costante e, per finire, soprattutto di giovani. Il vero svantaggio dell’Italia e del nostro sistema di imprese è appunto questo, una bassa capacità di penetrazione della nuova generazione nei luoghi strategici e di comando delle nostre aziende e del nostro sistema pubblico, con un conseguente ritardo nell’approccio e nell’utilizzo di queste incredibili risorse. Nel caso del sistema pubblico, poi, tale ritardo sta proprio nel creare  la spinta propulsiva verso queste nuove dinamiche che stanno cambiando l’Europa  ed il mondo e che troppo spesso ci vedono subire passivamente rivoluzioni delle quali non sappiamo essere più artefici o attori con un dislivello competitivo che da anni ci vede agli ultimi gradini della rivoluzione digitale. Atteggiamento questo che, se non cambierà in fretta, costerà all’Italia il podio di potenza economica. Proprio all’Italia, che con la sua capacità di creare stile e gusto nel mondo potrebbe addirittura consentirci di risalire la china verso vette più importanti e tornare a competere non per gli ultimi posti in classifica, ma per la Champions League, perché da imprenditori abbiamo sempre dimostrato di non essere secondi a nessuno.

Angelo Bruscino

Lo Sviluppo Ecosostenibile


ecosostenibile

libro

Il vasto Problema Ambiente racchiude in sé le basi della realizzazione dello sviluppo, inteso sia come necessità di una produzione sostenibile rispetto alle risorse naturali disponibili sia come sostenibilità nel tempo del benessere individuale e sociale.

Se la sostenibilità deve diventare cultura diffusa e stile di vita dei cittadini al pari di altri princìpi come la democrazia e la libertà, concepire la diminuzione dell’inquinamento come una riduzione della produzione di beni e servizi, comporterebbe una caduta della qualità della vita. È molto importante continuare a produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno ma consumando meno energia e meno materiali.

È necessario sviluppare una nuova coscienza tramite l’apprendimento delle regole da seguire non solo per la salvaguardia del territorio ma per il futuro sviluppo economico e sociale, migliorando le condizioni di Ben-Essere di tutti.

Note sull’autore:

Autore di numerosi articoli in materia di sviluppo sostenibile e docente in corsi di formazione promossi e finanziati dalla Regione Campania in campo ambientale, Angelo Bruscino aggiorna costantemente l’approfondimento e lo studio di nuove possibilità per lo sviluppo sostenibile, coordinandoli con un’esperienza diretta in campo imprenditoriale.


Dettagli del libro

Buone Notizie per le Imprese Campane


Buone Notizie per le Imprese Campane su : http://www.ildenaro.tv/?ContentId=2434

Recessione, questione prioritaria


L’ Italia è in recessione e la nostra regione – dati alla mano – potrebbe facilmente candidarsi a capolista delle economia stagnanti e con il segno meno. Nonostante le ottime iniziative degli scorsi giorni per il rilancio dei poli economico-industriali, che, se Dio vuole, vedranno luce solo tra un lustro, c’è un assoluto bisogno di misure che possano dare respiro nell’immediato agli uomini e alle imprese che resistono e insistono sul nostro territorio.
Ormai la stagione turistica è finita (in maniera disastrosa, con il 30 per cento in meno delle presenze) e con essa l’ opportunità di ridare a Napoli una boccata di ossigeno. I commercianti dicono di non avere mai vissuto una stagione tanto negativa da decenni, con il consumo delle famiglie ridotto al lumicino. La borsa tracolla e tradisce sopratutto i piccoli risparmiatori. Dulcis in fundo, i nostri amministratori stentano a rispondere alle esigenze di tutti, continuando ad essere litigiosi e incoerenti e stimolando, a livello locale, la sfiducia e la depressione economica .Restano le associazioni di stampo industriale, sindacale e civile, ma anche queste, spesso, sono allo sbando e alla ricerca di valori e leader nuovi, nei quali credere e con i quali rilanciare uno svecchiamento necessario e propedeutico alla crescita del nostro territorio. Che, si spera, possa aprire nuove stagioni anche in altri ambiti.
Tanto per ribadirlo, questa riflessione non vuole essere una sterile critica, anche perché non mancano gli esempi positivi e le iniziative che puntano al rilancio. Ma le progettualità sono spesso e per definizione a lungo termine. Mentre il problema da affrontare è tanto urgente, quanto posizionato nel tempo presente. Dare risposta a un’emergenza come quella attuale, di fiducia nel sistema Campania, è difficile, perché necessita di una costruzione, di uno sforzo congiunto di tutte le forze presenti su un territorio. ” un compito arduo perché deve essere “concreto”, dimostrando da subito garanzie reali, come quelle date dalla politica in primis, che programma il futuro del territorio in maniera definita e non sfumata. Omogeneizzando le iniziative e seguendo scelte condivise da chi, poi, nel territorio investe, sia in termini economici che di istruzione e formazione. Garantendo la sicurezza, la presenza dello Stato e delle regole. Stimolando gli investitori–imprenditori e i cittadini a fare uno sforzo. Indicando le linee guida di un futuro dai contorni certi, che risponda alle vocazioni tecnologiche, turistiche e industriali di eccellenza.
Dare queste risposte è possibile solo riscoprendo il dialogo tra le parti come strumento principe per creare le fondamenta di questo possibile presente-futuro. Occorre riattivando in maniera seria la partecipazione del mondo associativo (datoriale, sindacale, civile), che da sempre è riferimento per tutte le categorie. Una partecipazione che deve puntare ad essere propositiva e alla costruzione di un rapporto di reciproca fiducia.
Il periodo storico che oggi ci troviamo ad affrontare è fatto di grandi cambiamenti. Forse anche per questo ci sembra di vivere una stasi e una regressione dei valori, delle idee, degli uomini in generale. Ma è nel cambiamento e soprattutto nelle difficoltà che si formano i nuovi leader, i grandi uomini di cui si sente sempre più il bisogno (si veda l’ascesa in America di Obama), i nuovi ideali, le nuove mission cui puntare, i nuovi giovani e i nuovi vecchi. Personalmente, l’importante è non sentirsi uomini e soprattutto Imprenditori del “frattempo”. Vorremmo evitare di avere anche solo la sensazione di lavorare e vivere in quel tempo intermedio tra passato e futuro senza sapere bene dove e a chi guardare. La nostra sfida è e resta sempre: di essere gli uomini del “domani”. Il “frattempo” è l’unico tempo che proprio non ci possiamo permettere

http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=545551&KeyW=BRUSCINO

Mezzogiorno, servono imprese coraggiose


Un anno finisce, un anno difficile per l’ Italia, un Anno Impossibile per la Campania, un anno incomprensibile per Napoli.
I nostri 365 giorni e 6 ore di storia del 2007 sono agli sgoccioli, ma caparbiamente rigurgitano ancora, immondizia per le nostre strade, morti e feriti per la delinquenza, ai quali si aggiungono quelli ancora più assurdi dell’ ignoranza e della inciviltà di tanti. Tra botti che fanno male, tra politiche che non rispondono più di niente ai cittadini e tra persone, professionisti, imprenditori, imprese e operai, che con la scaramanzia che ci contraddistingue, unica nota ancora simpatica, anche se tragicamente comica di una napoletanità che cerca da sempre “la speranza” che qualcosa inizi a cambiare in meglio e che si prepara a celebrare il nuovo anno, con i mille piccoli riti che speriamo ce lo propizino, tra lenticchie, cotechini e spumanti, incrocia le dita e silente prega chiede aiuto a se stessa e a San Gennaro per andare avanti. Ma nonostante tutto, ecco che mi sconvolge ancora la forza, di tantissimi, uomini e donne, persone che credono ancora in un sogno come il mio, quello che “da grande mi vedrà imprenditore” e come tale “alla ricerca dell’ idea” della collaborazione tra università, ricercatori, forze politiche, stato e impresa. Idea di Impresa che spero e mi auguro l’ anno prossimo possa diventare ideazione, che come tale sappia cogliere l’elemento innovativo di un prodotto, di un mercato o di un processo e tradurla in un “business plan” che coinvolga un team di persone, che calcoli gli imprevisti, le altalene del mercato e sappia diventare finalmente realtà, anche sociale e che abbia quindi anche la responsabilità sociale di vincere e perdere nel rispetto delle regole e della legalità, che sappia aprirsi come azienda a terzi, per reperire le risorse finanziarie per crescere, tra Angel Investor e Venture Capital, e la proprietà condivisa.
Una realtà che sappia investire nelle risorse umane e manageriali necessarie a cui delegare la gestione dello sviluppo che consenta una crescita interna ed esterna con la massima flessibilità per cogliere le nuove opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati, per lo start-up e per crescere.
Un Anno nuovo che veda finalmente emergere le nuove generazioni di Imprenditori che sappiano separare proprietà, da gestione e diventino gli strateghi, gli allenatori di una squadra vincente chiamata “Azienda” che giochi accettando e assumendosi la responsabilità del rischio del fallimento, momento necessario della creazione distruttiva/selettiva delle migliori imprese.
Un anno che ci regali anche imprenditori e i primi investitori di un’ azienda che realizzano il frutto del lavoro vendendo a una media o grande azienda, o accelerando il processo di crescita tramite un Ipo o aprendo la proprietà in modo “diffuso”, superando i confini dell’azienda familiare. Imprenditori che ceduta la prima azienda poichè orientati alla crescita e alla stimolante idea di affrontare nuove sfide, ci riprovino, o direttamente creando una nuova azienda (imprenditore seriale) o promuovendo l’iniziativa e investendo su nuovi imprenditori.
Un anno che veda imprese e imprenditori contribuire allo sviluppo continuo dell’area geografica in cui si vive attraverso il supporto all’ imprenditorialità e altre forme di partecipazione rivolte alla crescita delle “nuove leve”. Questo non solo dal punto di vista finanziario, ma anche trasmettendo e divulgando le proprie esperienze.
Insomma sono tante le speranze per il nuovo anno, speranze importanti di cui siamo tutti pieni. Io forse per natura e per deformazione professionale sono troppo ottimista e quindi come tanti Giovani imprenditori credo, fortemente credo, nelle mie idee, nel mio coraggio, nella mia generazione, che quest’anno, saprà cogliere l’opportunità di diventare “Grande”. Un anno finisce, pieno di piccole e grandi soddisfazioni e dispiaceri, ma noi siamo già proiettati avanti, lì dove il tempo ancora non ha finito di scorrere, dove riposano le speranze e le promesse di “grandi imprenditori, politici, professionisti, ma soprattutto Uomini, che credono e lavorano per un Anno Migliore di quello passato, un anno che porti anche il nostro fare, il nostro nome” e ci lasci, con la certezza di aver cambiato molto, di averlo fatto in meglio, ma soprattutto di averlo fatto.

Indennità: sistema da riformare


La vera fonte di energia rinnovabile è quella dei giovani di questo Paese. Una fonte di energia nuova e sana che si concentra soprattutto in quella parte dell’Italia – la Campania – con un bilancio anagrafico positivo e dove gli under 35 sono circa il 30 per cento della popolazione totale. Fatto di non poco conto in una nazione vecchia e gerontoiatrica come la nostra. Ebbene, finalmente anche altri importanti quotidiani stanno improvvisamente riscoprendo questi giovani ed il loro valore aggiunto. Non tanto per la genialità e il talento espressi da quanti tra loro hanno voluto e saputo farsi spazio all’interno del mondo della Politica, dell’Università, del Giornalismo, della Cultura, della Impresa. Ma partendo dalla prospettiva opposta. Ovvero dall’incapacità di affermarsi della stragrande maggioranza di questi giovani, scoraggiati a realizzare il proprio futuro nel nostro Paese – e ancor più nella nostra regione – da politiche e atteggiamenti che non si fondano sulla meritocrazia. ” ovvio che questa non è necessariamente legata al fattore anagrafico. Ma è sicuramente, laddove trovasse applicazione, un fattore di stimolo che, unitamente alle politiche sociali, allo svecchiamento anticipato della classe dirigenziale, non solo nelle Pmi o nelle grandi imprese, ma anche e soprattutto nell’Universitaria, in Politica e nella classe dei Burocrati di Stato, potrebbe, con una inderogabile riforma degli ammortizzatori, ridare slancio ad un paese che non ingrana più la marcia. Il fattore anagrafico, invece, troppo spesso si accompagna – per nostra sfortuna – ad una perdita di spinta propulsiva, in tutti i campi e settori, generando una mancata innovazione che è direttamente proporzionale alla mancanza di giovani nei ruoli e nei luoghi che decidono il nostro futuro.Un primo, importante passo è sicuramente quello di riformare (e questo Governo ha i numeri e le possibilità per farlo) le politiche e il costo del lavoro. Va da sé che le riforme devono essere consequenziali o si rischierebbe – complice la grave crisi globale – che le imprese non siano più in grado di cogliere le opportunità di contratti a costi più convenienti o – per parafrasare un vecchio adagio – che il “Cavallo non voglia Bere”. Per questo motivo, per creare e dare anche il tempo necessario al nostro sistema produttivo di riformarsi, è difficile immaginare lo sviluppo di un più moderno mercato del lavoro grazie a semplici manovre fiscali.
Senza una riforma degli ammortizzatori sociali sarebbe complicato avviare quella stagione di politiche attive del lavoro necessaria ad aumentare l’occupabilità e l’adattabilità dei lavoratori. L’obbiettivo dell’istituzione, anche in Italia, di un’ indennità vera di disoccupazione per tutti i disoccupati, che da ultimi dati sono soprattutto giovani, collegata alla formazione, che sia di aiuto fino al reinserimento nel mondo del lavoro, ha costituito il fulcro dello sviluppo dei moderni welfare to work in mezza Europa. In gran parte dei paesi europei è già prevista un’ indennità per tutti i disoccupati collegata alla formazione ed ai servizi per il lavoro. Attualmente in Italia solo il 20 per cento delle persone in cerca di lavoro beneficia di tali indennità, contro l’80 per cento in Germania, il 70 della Francia ed il 100 del Regno Unito. Questo dato è oltremodo misero, visto che l’Italia da sempre si è preoccupata dei lavoratori delle grandi imprese, dimenticando troppo spesso che il nostro tessuto economico – e quindi di lavoratori – è formato per il 95 per cento da Pmi, spesso attive in settori come quello dei servizi, assolutamente scoperto da qualsiasi forma di recupero e reintegro o indennità per i propri lavoratori. Ad essere esclusi sono soprattutto i giovani lavoratori precari, per i quali non esiste alcuna forma di integrazione al reddito. Un’indennità di disoccupazione ed una rete di servizi per tutti i disoccupati, anche in Italia, che sostenga attivamente le persone fino al loro pieno reinserimento professionale, rappresenta il necessario start up per tutti coloro che sono alla ricerca di una occupazione, consentendo agli stessi di riqualificarsi e mantenere un livello di vita dignitoso. Finanziare tale riforma sarebbe possibile razionalizzando gli oltre 20 miliardi all’anno destinati ad interventi per il lavoro. Integrando le risorse con interventi paralleli alla riduzione del costo del lavoro, che consentano ad imprese ed ai lavoratori di versare un quota piccola del proprio salario per finanziare le indennità di disoccupazione nelle loro diverse forme. In questo modo si consentirebbe al nostro paese di diventare più europeo e nei fatto più “giovane”. Di smarcarsi da quella cultura del “vecchio” che sta pericolosamente penetrando anche nelle grandi e piccole lobby

Imprese e atenei: puntare sulle sinergie


Durante gli ultimi decenni è stata attribuita una notevole importanza al processo di innovazione quale strumento essenziale attraverso cui migliorare e garantire competitività alle imprese e sentieri positivi di crescita alle economie più sviluppate.
In particolare, si sostiene che le economie moderne stiano rapidamente evolvendo verso strutture definite learning economies.
Lungo tali linee di riflessione si colloca la visione knowledge-based dell’impresa, che si fonda sull’idea che la competitività di lungo periodo di un’azienda dipenda dalla sua abilità di creare conoscenza, innovare i suoi processi produttivi e apprendere continuamente.
Da tale riflessione scaturisce l’osservazione che le imprese che destinano maggiori risorse ai processi di ricerca, apprendimento di nuove tecnologie ed innovazione, sono all’avanguardia e dinamicamente competitive su scala globale.
La necessità di creare nuova conoscenza e di migliorare i processi di apprendimento rappresenta una reazione alle sfide poste dalla globalizzazione. Un’elevata domanda interna, ad esempio, non rappresenta più un indiscusso vantaggio quando i costi di trasporto internazionale diminuiscono, quando la fiducia dei consumatori nei confronti delle imprese nazionali si riduce o quando vengono meno la gran parte delle barriere commerciali.

Concorrenza
Le imprese, dunque, sono esposte alla concorrenza delle imprese internazionali.
Due sono le possibili reazioni: cercare di migliorare la produttività, confrontandosi con una situazione maggiormente competitiva, oppure essere travolti ed uscire dal mercato. Ma promuovere l’innovazione in un territorio come il nostro è diventata, oggi, l’opportunità di rilancio non solo economico della intera filiera produttiva regionale, ma anche e soprattutto il momento storico attraverso il quale fare finalmente ripartire il dialogo e lo scambio tra il territorio e le sue intelligenze, il mondo accademico e l’impresa.
Far diventare l’innovazione e la conoscenza processo produttivo e dialettico per il rilancio del sistema imprenditoriale e politico del territorio è un obiettivo primario per il recupero della sua competitività.

Richieste
Attualmente, le condizioni di mercato spingono le imprese ad avere una risposta evolutiva in termini di innovazione che si adatti ogni volta alle richieste di prodotti e servizi che hanno sempre più caratteristiche tecnologiche, ma la risposta positiva ad un processo innovativo spesso pone le basi su quella che è la pluralità e la differenza di conoscenza proprie della cultura imprenditoriale.
Esiste, infatti, un bisogno crescente per le imprese di imparare a realizzare prodotti nuovi, sovente in modi drasticamente differenti, ed essere quindi innovative.
All’interno di questo contesto l’innovazione può essere definita come il processo attraverso cui nuove conoscenze, oppure nuove combinazioni di vecchie conoscenze, sono utilizzate per realizzare nuovi prodotti o nuovi processi produttivi. Va da sè, quindi, che maggiore è la presenza su un territorio di aziende e imprenditori, maggiore sarà la spinta evolutiva, per cui, in una nazione come la nostra dove le Piccole e medie imprese rappresentano il 90 per cento del tessuto economico, l’innovazione può e deve imporsi dal “Basso”.

Territorio
Per attuare questa rivoluzione nei e dei processi resta indispensabile che le imprese siano permeabili ad un territorio che da parte sua deve essere pronto a stimolarle, in termini conoscitivi e tecnologici.
Qui entrano in gioco le Università e il mondo accademico, che hanno il compito di realizzare le condizioni di trasferimento cognitivo, ma soprattutto hanno il compito di formare i giovani (professionisti, ingegneri, avvocati, ma anche imprenditori), che siano capaci di rompere gli schemi organizzativi, che con inerzia da anni muovono le nostre imprese, giovani che portino con se il bagaglio della ‘cultura dell’innovazione’. In questo ambito, probabilmente, resta insostituibile l’impegno del mondo pubblico a creare quei pubblic space dove effettuare il trasferimento cognitivo tra le imprese e il mondo accademico.
Ma l’innovazione è comunque un momento che nasce, ha il suo germe nella continua ricerca delle imprese, nel creare servizi, prodotti e risoluzioni a problemi nuovi, in grado di creare quel vantaggio competitivo che le aiuti a superare i momenti difficili, le spinga, nonostante i rischi del mercato, a fare scelte coraggiose e a credere nel proprio business.

Puntare sui giovani
Come sempre in Italia, la scommessa resta quella di puntare sui giovani, sulla loro formazione, crescita culturale, puntando alla “Tecnology Literacy” e in generale alla voglia di diventare innovatori di imprese, per rilanciare un paese che, nonostante tutto, continua ad avere grazie alle sue Pmi grandi opportunità per diventare grande.