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L’inutile (?) Austerità espansiva


Austerita_Espansiva_1_01Una delle ultime domande che ci siamo posti in Italia ed in Europa al tramonto del 2012 e la stessa che ha continuato a tenere banco e polemica nel 2013, tanto tra cittadini, quanto tra accademici, politici ed economisti, ossia quale fosse la reale possibilità che politiche di austerità (severe fiscal contractions) avessero, anche nel breve periodo (cioè mentre venivano realizzate) effetti espansivi sul reddito, tesi  battezzata nella ricerca scientifica come : “Austerità espansiva”. Teoria che promuove politiche di taglio del deficit e del debito pubblico per rispondere a una crisi–finanziaria da debito eccessivo, come è quella attuale in molti Paesi del mondo, Italia compresa.

Quindi come evidenziato anche dallo studio del capo economista del FMI Oliver J. Blachard, i costi  in termini di reddito nazionale perduto che si manifestano quando l’austerità si realizza, cioè si riduce il deficit pubblico, aumentando le tasse (come maggiormente accaduto in Italia) e/o riducendo la spesa, spesso superano di molto i benefici nel breve periodo.

Tre aspetti sembrano ancora utili, soprattutto con riferimento alla realtà del nostro Paese per valutare i reali effetti di una politica di Austerità :

1)    Separare ciò che riguarda la congiuntura (recessione, ripresa); e il trend (depressione, crescita).
Nel nostro caso, ciò significa distinguere ciò che si fa da un anno all’altro, da ciò che cambia in modo radicale lo scenario complessivo e soprattutto prevedibile in futuro. Nel primo caso, parliamo di austerità; nel secondo caso parliamo di risanamento, che è cosa ben diversa: si raggiunge una nuova posizione di equilibrio relativamente stabile, e non ce ne preoccupiamo più. Il dibattito sui costi, maggiori o minori, delle politiche di austerità non va quindi confuso con i benefici – che nessuno ha messo in dubbio – di un risanamento della finanza pubblica.

2)    E’ sempre possibile che un intervento sul bilancio pubblico di segno restrittivo risulti poi accompagnato da un’evoluzione dell’economia peggiore di quanto inizialmente previsto. E’ questo di certo il caso dell’Italia nel 2012: se confrontiamo le previsioni su cui era basata la politica del Governo un anno fa con i risultati conseguiti, è evidente un andamento dell’economia peggiore del previsto. Ma ciò significa che si erano sottovalutati gli effetti recessivi di quella politica.

3)    Il terzo aspetto, molto importante, e che è stato sottolineato dal Bollettino della BCE (Dicembre 2012, pagg. 88 – 92) riguarda le altre condizioni da cui dipendono i “costi” della austerità e sono:

1. La necessità di un quadro di riferimento di lungo periodo;

2. La credibilità di un paese, che comporta una favorevole reazione dei mercati finanziari, una riduzione dei “premi al rischio” e quindi una riduzione dei costi economici e sociali del risanamento.

3. La preferenza per interventi di riduzione del deficit pubblico concentrati sul lato della spesa più che sulla tassazione.

4. Anche in connessione con il punto precedente, l’importanza che non siano ridotti gli investimenti pubblici, che più contribuiscono alla crescita.

Austerita_Espansiva_3La conclusione di tutto ciò, è evidente: i costi che dovremo sopportare per rientrare in una posizione di debito sostenibile dipendono molto da noi. Cioè dalla credibilità dell’impegno del Governo; dalla cura con cui definisce la migliore strategia (tenendo conto sia del breve sia del lungo periodo); dalla coerenza con cui la realizza. Se la “austerità espansiva” sarebbe nel nostro caso una favola, è anche vero che una buona parte dei costi del “risanamento mancato” degli anni scorsi non è imputabile al resto del mondo.

Quindi e questo vale soprattutto per gli impegni che in questo momento pre-elettorale, molti candidati e partiti stanno prendendo con gli italiani, non si deve assolutamente sottovalutare un punto fondamentale : la serietà di chi si candida a governarci e a risanare questo povero e straordinario paese, o correremo il rischio di pagare un prezzo assai alto per le nostre ormai povere tasche e forse anche per le nostre (ormai ridotte al lumicino) speranze.

In collaborazione con il Circolo REF Ricerche

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Per rianimare i consumi pensare all’ e-commerce


Innovazione, imprenditoria, Meridione. Nell’Italia della crisi, della burocrazia, delle infiltrazioni criminali queste tre parole sembrerebbero ineluttabilmente incompatibili. Ma la scommessa del nuovo sito di e-commerce Aladdyn (www.aladdyn.com), che le accomuna tutte e tre, vuole provare a osare. Così come vuole provare a osare soprattutto il consumatore che, a maggior ragione in tempi difficili, sogna di comprare un bene a prezzi accessibili, magari condividendo questo desiderio con altri. E cosí facendo, entra in gioco questo nuovo portale di commercio elettronico che inverte il principio piú diffuso: non sono i venditori ad esporre le proprie merci e a creare domanda, ma é l’utente a lanciare nel web il suo desiderio per verificare se qualcuno sará pronto ad esaudirlo. Mentre l’utente posta la propria richiesta (il sito é ordinato per categorie di prodotto, prezzo e località), in background un potente software codifica velocemente il desiderio “cerco un nuovo smartphone di questa marca a questo prezzo” e invia un alert a tutti gli utenti iscritti alla medesima categoria di domanda. Contemporaneamente vengono avvertiti anche tutti i venditori del settore corrispondente (in questo caso telefonia e informatica), iscritti al portale. Ottenendo, con ció, due vantaggi: il primo é che altri “desiderosi” dello stesso smartphone possono associarsi e, quindi, contribuire a formare un gruppo d’acquisto, aumentando la domanda e favorendo il raggiungimento di un prezzo piú basso per il bene richiesto. Il secondo é che il negoziante iscritto, intercettando una domanda di gruppi d’acquisto, puó vendere piú smartphone dello stesso modello nello stesso momento. Oltre alle caratteristiche del prodotto, l’utente deve anche specificare il tempo entro il quale desidera ottenere una risposta, sia essa positiva o meno, e anche il grado di flessibilitá dell’offerta. Se si é fortunati, allo scadere la transazione si conclude alle condizioni iniziali. E non resta che recarsi nel negozio a ritirare l’agognato smartphone. In caso contrario il desiderio decade e dovrá essere riformulato. Aladdyn, cosí, prova a restituire un pó di equilibrio al mercato: il portale dei desideri coniuga la caratteristica della vicinanza fisica dei prodotti al consumatore (il motore di ricerca seleziona prevalentemente i beni disponibili su un determinato territorio, prevedendone il ritiro di persona) con virtuosi meccanismi di concorrenza in grado di garantirne il prezzo più basso. L’idea progettuale é dell’informatico Francesco Fulco, laureato in Economia e appassionato di web. A collaborare con lui Angelo Tracanna, attivo nel settore delle agenzie pubblicitarie e della distribuzione di prodotti multimediali, e il sottoscritto, imprenditore della green economy e responsabile dei giovani di Confapi della Campania. Tutti e tre giovani, tutti e tre meridionali. Aladdyn é completamente a capitale privato; a regime saranno creati venti posti di lavoro, e un importante indotto. Il nuovo sito di e-commerce é basato su un piccolo canone e non su percentuali per i venditori: dal 15 novembre é uscito dalla fase beta ed é pienamente operativo. Il raggiungimento degli obiettivi prefissati é stato stabilito in 18 mesi. A breve sarà pronta l’applicazione che consentirà agli utenti di postare i prodotti direttamente dai negozi per trovare venditori disposti a vendere il bene ad un prezzo minore. Inoltre, entro dicembre sará completata anche l’applicazione per smartphone, pensata sopratutto per creare un contatto tra gli esercenti dei rispettivi territori e la loro clientela, oltre che per accedere ai servizi già presenti sul portale. Ogni esercente potrà realizzare un proprio programma di fidelity in modo semplice e veloce, senza nessun investimento iniziale. Nel primo mese di vita (15 ottobre-15 novembre) la piattaforma ha giá raccolto circa un migliaio di “domande di acquisto” da altrettanti consumatori di tutta Italia, che hanno segnalato i prodotti più desiderati sul mercato e il prezzo massimo che sono disposti a pagare. I risultati, elaborati dal Centro studi di Aladdyn.com sulla base di 19 differenti categorie, hanno fino ad ora premiato come prodotti più gettonati quelli del comparto informatica-elettronica che hanno interessato il 20% delle richieste. Segue l’abbigliamento, con il 15%, e l’automotive con il 6%. Ma l’obiettivo di Aladdyn é assai piú ambizioso: far diventare ogni desiderio un ordine.

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Aladdyn, il portale dei desideri


Fino a pochi anni fa l’operazione di mettere sul mercato un nuovo prodotto poteva disporre di parecchio tempo.

Un Tempo sufficiente per sondare i bisogni dei consumatori attraverso sofisticati strumenti d’indagine e statistica.
Lo scopo era evidentemente quello di minimizzare il rischio che il nuovo prodotto non incontrasse il favore del mercato, trasformandosi in una grossa perdita economica.

Oggi ci troviamo in un mondo sempre più piccolo, veloce, globalizzato e multi canale.
I grandi successi difficilmente possono basarsi sui gusti e sui bisogni di un solo popolo e la velocità di innovazione richiesta dal mercato è tale  da non lasciare tempo all’indagine.

Proprio nel momento storico più favorevole alla comunicazione ed al reperimento di informazioni in tempo reale, i grandi successi cominciano sempre più dalla visione di un singolo e sempre meno dalla capacità di previsione degli statistici.

Dunque la globalizzazione e l’accelerazione del tempo storico aumentano le opportunità, ma rendono il mercato più complesso e più rischioso.

Una sola consuetudine pare non essere cambiata dagli albori del marketing ai giorni nostri: la maggior parte delle comunicazioni commerciali sono generate da offerenti che cercano consensi per la propria offerta.

Il rapporto tra un venditore e un consumatore inizia quasi sempre dall’espressione di un’offerta e molto difficilmente dall’espressione esplicita di un bisogno e questo fatto semplice ha moltissime ripercussioni su tutti gli aspetti della vita economica.

Per un’azienda, ogni offerta è una scommessa, perché non parte dall’espressione di un bisogno. Ogni commerciante corre dei rischi sempre più elevati quando assortisce il magazzino e questo, ovviamente, privilegia sempre più gli attori di grandi dimensioni, che possono assorbire eventuali errori sui grandi numeri, rispetto ai piccoli operatori, spesso costretti a limitare i propri assortimenti.

Questo mercato a bisogno di trovare un nuovo equilibrio e questo equilibrio deve basarsi sulla possibilità che i consumatori hanno di utilizzare i potentissimi mezzi di comunicazione che hanno a disposizione per esprimere i propri bisogni e creare su questi dei veri e propri gruppi di acquisto, dando l’opportunità ad operatori di qualunque dimensione di rispondere  alle esigenze espresse nel modo migliore.

Di questo sono convinti tre giovani manager, Angelo Bruscino, già redattore di Caffè News, Franscesco Fulco, e Angelo Tracanna che, in collaborazione con la società Digital Media Industries S.r.l, della quale lo stesso Tracanna è presidente, hanno realizzato Aladdyn.

Aladdyn è il nuovo strumento multi canale che consente a ogni consumatore di esprimere un desiderio e aggregare attorno a questo un vero e proprio gruppo di acquisto, allo scopo di ottenere le migliori condizioni possibili.

Il funzionamento è molto semplice. Se state pianificando di acquistare un oggetto, potrete andare su www.aladdyn.com e utilizzare gli strumenti di ricerca del portale per vedere se qualcuno ha lo stesso desiderio.
Se trovate il gruppo di acquisto che fa per voi, sarà sufficiente registrarvi e aderire alla richiesta esistente.
Non vi resterà poi che attendere le offerte provenienti dai vendor interessati a soddisfare il vostro desiderio.
Se non trovate una richiesta già presente che soddisfi il vostro bisogno, potrete creare voi stessi il vostro gruppo di acquisto, che sarà immediatamente a disposizione degli utenti Aladdyn e poi condividerla attraverso la rete e i social networks.

Una sezione particolare del portale è dedicata, ovviamente, agli esercenti ed alle aziende, che disporranno di strumenti di ricerca avanzati per trovare le richieste di proprio interesse e fare le proprie offerte in risposta alle richieste dei gruppi di acquisto.

Oltre al portale, sarà presto disponibile l’App “1001 card”, destinata a terminali Android e IOS, che, oltre a tenere gli utenti informati sullo stato di realizzazione dei propri desideri, rappresenterà una vera e propria “fidelity card” per gli esercenti che decideranno di avvalersi del nuovo strumento.

Dal 15 ottobre disponibile in versione beta all’indirizzo www.aladdyn.com.

Parlare di Giovani senza ascoltarli mai


In questo Paese si continua a parlare di giovani, del loro futuro, dei loro problemi, del fatto che l’Italia abbia una tra le peggiori percentuali di under 35 disoccupati in Europa, circa il 36%, che la maggior parte di questi sia collocata nel Mezzogiorno, che questa generazione di ragazzi sia la prima a percepire un peggioramento delle opportunità rispetto alla precedente. Insomma si dice tanto, anzi tutto, di questi ragazzi italiani, a volte cervelli in fuga, a volte bamboccioni, ma, e questo è l’incredibile, sembra che nessuno chieda loro di farsi avanti, di proporre soluzioni, sembra addirittura che nessuno li ascolti. Questi strani ragazzi riempiono statistiche e pagine di giornali, ma mai l’agenda di riforma di questo vecchio e strano Paese.

Si parla sempre tanto e non poco di innovazione dei sistemi, di rinnovamento della nazione, di cambiare le cose, ma ci si dimentica sempre che tutte queste belle parole sono nei fatti (lo dimostrano anche le esperienze negli altri Paesi) l’altra faccia della medaglia del cambio generazionale, della capacità di un sistema di accogliere le nuove e giovani leve al suo interno, di motivarle, di premiarne il merito e di offrire opportunità.

Anche quando parliamo di crescita economica non possiamo pensare di prescindere da chi, anche per questioni anagrafiche, sente forte la spinta a realizzarsi, a creare un futuro, che sia il nucleo familiare o quello lavorativo. Non possiamo parlare di nuova società consapevole, attiva, dinamica,l se non si ritorna ad un equilibrio tra junior e senior. Non si può parlare di riforma dell’economia, della politica e del lavoro, se non viene ridata a tutti la stessa libertà e possibilità di esprimersi, lavorare, crescere ed invecchiare con pari dignità, che significa banalmente rinunciare a qualche rendita di posizione dei più anziani a favore delle nuove e giovani leve, figlie di questo Paese.

Insomma non si dovrebbe parlare più dei nostri ragazzi, se a definirsi non sono anche loro, non si deve più decidere per il loro e nostro futuro senza un confronto, un intervento della generazione che dovrà subire e sopportare quei cambiamenti, non si può gravare sempre sul domani degli altri senza pensare di dover rinunciare a qualche rendita del presente e del passato.

Questo Paese negli anni addietro ha ipotecato il futuro dei propri figli, poi ha tolto loro i mezzi per onorare i debiti dei padri, che stanno ormai ricadendo sulle spalle di nipoti e pronipoti inconsapevoli. Nonostante questo sembriamo sempre tutti sordi, lontani, inflessibili nella nostra indifferenza verso questi figli di Italia.

Lo so, scrivere è facile, le soluzioni invece sono sempre dolorose e difficili, quelle giuste poi sono anche più amare, ma il vero atto di responsabilità degli italiani dovrebbe essere appunto questo: vivere questo momento come prova di amore verso il futuro, dare spazio a chi merita, dare pari opportunità a chi, nato prima o dopo, dovrà continuare a pensare di poter costruire un luogo migliore di quello che gli è stato lasciato, senza dover mai pensare di dover vivere la propria vita, per pagare quella di qualcun altro.

Il ritorno del Terrorismo, in un’ Italia senza memoria


Gli italiani sono un popolo di Santi, poeti e navigatori, ma sono soprattutto uomini e donne dalla corta memoria.

E’ straordinaria la nostra capacità di non apprendere mai le lezioni della storia, moderna o antica che sia. Neppure 40 anni ci separano dagli anni bui del terrore, dalle BR, che le pagine tristi e violente di quei tempi sembrano riproporsi, con l’aggravante che, avendolo già vissuto quel brutto capitolo italiano, avremmo tutti dovuto e potuto creare degli anticorpi sociali, fatti di cultura, educazione, giustizia ed equità; anticorpi talmente forti da riuscire a proteggere le generazioni successive dagli incubi peggiori di un’Italia che oggi dimostra di non essere maturata. Mancano i valori etici della società e della politica, si porta avanti un modello di protesta quasi mai civile, ma troppo spesso anarchico o di inciucio, che tanto evidentemente amiamo eleggere a nostra aspirazione.

Quindi, mi sorprende sempre tanto il coraggio, o forse dovrei dire l’ipocrisia, con il quale continuiamo a celebrare i tanti martiri laici di questo Paese, morti per un’idea non di Stato, ma di società giusta.

Mi sorprende sempre, alle parate e alle feste, il nostro non sdegno per gli atti di forza, di sciacallaggio, per le bombe carta, per i proiettili diretti verso questo o quel cittadino, colpevole spesso solo di rappresentare o di lavorare per un ente, azienda od agenzia eletta a spauracchio o simbolo di ingiustizia.

Combattere sul serio la cattiva Italia si può con la riscoperta di valori civili, senso dello Stato e voglia di riforma e cambiamento, principi che si concretizzano nelle sedi opportune, come quelle legislative, promuovendo quello spirito di nazione e di appartenenza, di merito e di giustizia, di cittadinanza attiva, che tanti uomini, anche nel recentissimo passato, hanno incarnato e a cui, spesso, chi conosce solo violenza e anarchia ha spezzato la vita.

Guardiamoci indietro solo per biasimarli e condannarli questi individui, residui di un’epoca superata che deve restare confinata al passato. E soprattutto, spingiamoci avanti, dimostrando di aver imparato la lezione, avendo nel cuore e nella mente le immagini e la storia dei grandi uomini di questa terra, che hanno dato impegno civile e sangue per una società dove esistesse equilibrio ed equità.

Torniamo in campo per pretendere la realizzazione di quegli ideali, ricominciamo a sognare quel Paese che i tanti Borsellino, Falcone, Moro, Diana volevano edificare e cancelliamo gli incubi che i piccoli brigatisti di ieri o di oggi vorrebbero imporci con la crudeltà e la spietatezza di questi giorni.

Nella violenza c’è solo paura e sconforto: nessuna idea buona si afferma con le armi, nessun domani migliore si costruisce sul dolore o la morte degli altri. Tutto il buon futuro si erige sulle fondamenta create da mani oneste e menti libere da qualsiasi fanatismo, menti ricche della volontà di chi combatte civilmente per ottenere il diritto a sperare e a realizzare i propri sogni. L’unico modo che la gente del mondo ha sempre conosciuto per migliorarsi e sentirsi libera è quello di non rinchiudersi nelle gabbie e nelle brutte storie del passato. Essere incudine non significa solo sopportare, ma anche sostenere il creare, reggere la materia mentre si plasma e supportarla con forza nel suo divenire. L’incudine è uno strumento indispensabile nelle fucine, più del martello… che quando non si sa battere si spezza.

L’Europa senza Fede, l’ Italia senza Coraggio


La peggiore crisi, non solo economica, dalla fine dello scorso secolo all’inizio di questo ha investito il mondo, ribaltando convinzioni, poteri ed equilibri, preparando un nuovo fertile humus per quelli che saranno i nuovi padroni, che forse cresceranno e prospereranno sulle macerie dei nostri debiti.

L’Europa perde ogni giorni la sua credibilità a causa delle politiche spesso vigliacche dei grandi Paesi, che cercano opportunità nell’approfittare della debolezza altrui. Mentre i piccoli Paesi, in primis la Grecia, cercano disonorevoli vie di uscita dalle politiche di riforma del debito imposte da Francia e Germania, per recuperare il consenso, missione ormai impossibile, della propria base elettorale, tentando di scappare dalle responsabilità dichiarate e accertate che hanno ucciso un’ intera nazione.

Altri Paesi, l’Italia tra questi, percorrono invece i sentieri della finzione, della bugia, nel tentativo di tirare avanti, senza coraggio, senza responsabilità verso cittadini sempre più confusi da dichiarazioni astratte e che cercano colpe ovunque per lo stato di cose attuale, dove si fanno spazio infinite soluzioni sempre azzoppate e non definitive, che mai trovano realizzazione, spostando sempre in avanti le scelte, necessarie e sicuramente impopolari, per risollevare il Paese e garantirgli un futuro.

Un vecchio detto recita: “La strada dell’inferno è lastricata dalle buone intenzioni”, ed è esattamente quello che pare stia avvenendo in questi giorni convulsi, tutti parlano di scelte difficili, di rivoluzioni necessarie, ma tutti, nessuno escluso, fa seguire alle parole i fatti, che pericolosamente latitano, portandoci più vicino a quel baratro tanto pericoloso che si chiama default. E default non è solo da intendersi come fallimento del nostro sistema paese, ma come la totale perdita di credibilità che già si manifesta negli spread impazziti che portano i nostri tassi d’interesse, sui Bond Pubblici oltre il 6%, perché nessuno crede più in questa Italia (fatta più da imbonitori che da statisti), che nonostante gli ottimi fondamentali e il tessuto di imprese, non sopravviverà senza crescita e senza uno Stato più capace ed efficiente.

Come nessuno crede più in questa Europa, che diventa sempre più piccola, che tenta di proteggere pochi interessi, dimenticando il principio che le aveva dato origine, essere un luogo ampio di speranze e costruzione del domani, di coesione e di crescita per quasi 500 milioni di persone, molte delle quali con poca fiducia e rispetto in un’istituzione che sentono lontana, lenta, troppo burocraticizzata e attenta ad equilibri che non hanno nulla della vita reale e dei problemi che sembrano voler divorare le vecchie e nuove generazioni. Generazioni spaesate che si incolpano a vicenda di questa tragedia che brucia ogni giorno possibilità e opportunità.

Basterebbe tornare ad essere responsabili, non chiedere, ma fare per primi i sacrifici necessari, esemplari nel rappresentare le istituzioni, coraggiosi nel riformare un sistema troppo lento e vecchio, esserlo nel puntare sulla crescita. Basterebbe tornare ad essere prima Italiani e poi Europei con la maiuscola, per superare questa difficile prova; dopotutto un nuovo inizio, una nuova partenza è ancora possibile, con politiche di merito e quella fiducia e quell’entusiasmo che erano stati perduti in mille privilegi, di altrettante caste, che staccate dal mondo reale tutelano solo se stesse a scapito di noi altri, che continuiamo a sentirci Cittadini di una Italia e di un Europa fatta di grandi ideali, di fede e di coraggio.

Angelo Bruscino

Green Life, Green Economy


Green Life, con questo termine si può sintetizzare l’insieme di quella cultura, politica ed economica, che ha investito l’occidente in primis e che sta letteralmente sconvolgendo i modi e le maniere con i quali si pensa e si fa business, e non solo, in tutto il mondo. Un cultura che si sta apprestando a diventare, se ben interpretata, la vera opportunità per costruire le prossime fortune di imprese, professionisti e lavoratori e, non da ultimo, la salvezza dei nostri stili di vita e del pianeta che abitiamo.

Mi rendo conto che questa premessa può sembrare azzardata, ma in realtà forse rispecchia nemmeno tutto il potenziale che i nuovi atteggiamenti del mercato, dei consumatori e dei legislatori stanno implementando nella ricerca di una sostenibilità diffusa, che garantisca il mantenimento e l’innalzamento del benessere che la nostra società è riuscita a raggiungere.

Certo, parlare solo ed unicamente in questi termini teorici può sembrare lontano anni luce dalla realtà quotidiana, ebbene non è così…

Il mondo, le aziende soprattutto e tutto il sistema di ricerca e di innovazione da loro spinto è da anni sul tema. Negli ultimi tempi si è sviluppato in modo intenso l’impegno profuso in nuove soluzioni, attente al risparmio energetico, al recupero di materie prime seconde, alla realizzazione di prodotti con materiali riciclati, alla produzione di energia da fonti rinnovabili, agli abiti, agli oggetti di design, ma anche alle tecnologie e agli strumenti, come computer, cellulari e quanto altro. Chi ha lavorato, investito e proposto in tal senso non solo ha raccolto il favore della critica, ma anche il consenso del mercato, dimostrando sui conti e sui bilanci che, anche nel breve periodo, essere Green paga e non poco.

Porto alcuni esempi: al salone del mobile di Milano oggetti di design che hanno unito la bellezza all’attenzione verso l’ambiente, certificando la provenienza dei materiali, il loro riuso e il risparmio energetico, sono stati particolarmente attenzionati da buyers e stakeholder, nel settore della moda. La ricerca di nuovi tessuti provenienti dal riciclo, ad esempio, è il fronte più avanzato ed innovativo delle grandi maison, come nell’energia, nonostante i ripensamenti del governo italiano, è nata una fiorente e straordinaria industria, eccezionalmente spinta anche nella ricerca, nel settore del Fotovoltaico, dell’Eolico e nella realizzazione di impianti per il recupero energetico anche da fonti biologiche, con primati delle tecnologie made in Italy nella produzione di motori ecologici. L’Italia, ad esempio, rappresenta con la sua industria automobilistica punte di eccellenza mondiali, che speriamo si spingano anche nella direzione dei motori elettrici, scalfendo la leadership dei francesi e dei giapponesi, ma anche nel settore delle produzioni alimentari, con l’utilizzo di emendanti biologici e con la formulazione di nuove tecnologie che massimizzino l’uso ottimale delle risorse naturali.

L’Italia potrebbe fare letteralmente miracoli, come hanno dimostrato alcune realtà particolarmente attente nel settore vinicolo o pastario, diventate vincenti sull’export verso i mercati internazionali proprio per aver garantito la certezza di un prodotto di qualità, salubre e senza controindicazioni prima di tutto per i consumatori e poi per il proprio territorio.

La lista chiaramente è lunghissima, potremmo parlare delle esperienze internazionali di grandi imprese tecnologiche che oggi producono e vendono tanti modelli di cellulari, computer, oggetti di consumo quotidiano o specialistico, anche perché ne garantiscono la sempre più ricercata sostenibilità ambientale. La nostra riflessione, però, dovrebbe soffermarsi sulla grande opportunità di questo momento storico irripetibile di rivoluzione culturale e strutturale del complesso ecosistema economico mondiale, dove l’innovazione, in sinergia con l’intuito e le buone idee, può generare rivoluzioni nei mercati da noi solo fantasticate. Si pensi, ad esempio, al settore della distribuzione e della logistica, dove si sta riesaminando l’intero sistema di deposito e produzione degli imballaggi, plastici e non, al fine di generare prodotti dal minimo ingombro, per ridurre il peso ecologico ed il costo del trasporto, ma anche del riciclo e dello smaltimento, creando nuove leghe naturali biodegradabili che in appositi impianti o aree ritornino alle matrici naturali di origine con un impronta ecologica positiva.

Insomma c’è veramente tanto da fare, soprattutto per i giovani che vogliono inventarsi e costruire il loro futuro sulle solide basi di una nuova economia più attenta all’ambiente.

In questo contesto chiaramente anche il ruolo di istituzioni di formazione come le università e dello Stato, in qualità di soggetto legiferatore e regolatore del mercato, è fondamentale. C’è un bisogno impellente di nuove professionalità ad oggi ancora molto rare, tanto quanto dell’applicazione vera di leggi da parte delle amministrazioni, come l’utilizzo negli uffici pubblici di materiale proveniente dalla filiera del riciclo. C’è necessità, inoltre, della formulazione di nuove norme che rendano reali e contingenti scenari che in Europa da almeno un lustro sono presenti, come il recupero energetico, la detassazione di aziende impegnate a ridurre il proprio impatto ambientale etc.

Spero ad avervi in piccola parte dimostrato quanto essere attenti all’ambiente paghi per le nostre imprese. Vale la pena ricordare che parlare di responsabilità di impresa significa anche questo: essere attenti con costanza al nostro territorio, per dimostrare sempre e comunque un dato imprescindibile: gli imprenditori e le loro aziende sono e devono essere operatori che diffondono benessere, per loro e per gli altri, perché la prima vocazione di chi fa business nel terzo millennio è appunto lasciare al mondo l’opportunità di diventare un luogo migliore rispetto a quello che abbiamo trovato.

L’augurio è che questo progresso sia firmato, nelle piccole e grandi azioni di ogni giorno, anche da noi piccoli e grandi imprenditori, cittadini e professionisti, attori principali dello scenario economico.

Angelo Bruscino