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Le fondazioni bancarie e vent’anni di riforme al sistema bancario italiano


Solo di recente abbiamo anche appreso ciò che… abbiamo sempre saputo. E cioè che proprio quando sarebbe stato più importante – vista la crisi globale, europea, ed italiana, iniziata nell’agosto 2007 dell’attività bancaria – non si era mai completato quel percorso di totale separazione tra Fondazioni e loro “ex-banche”, iniziato dopo la legge 218/1990. La stessa sostituzione dei vertici di MPS infine ottenuta da Banca d’Italia, pur necessaria, risulta – anche col senno di allora (del luglio 2011!!) e non solo col senno di oggi – tardiva e forse non sufficiente.

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Detto tutto ciò, e trascurando le troppe polemiche da campagna elettorale, come si procede? La cosa probabilmente più utile è che il prossimo Parlamento rifletta anzitutto su cosa non ha funzionato nel doppio triangolo:

Fondazione / Mercato azionario / Banca dove abbiamo il problema – essenziale in ogni economia capitalista – di come la proprietà seleziona e controlla il management della propria azienda

e Ministero / Consob / Banca d’Italia dove si collocano i rapporti tra i tre “controllori”, dove ciascuno per la propria competenza, dovrebbe garantire che sia ben svolta e in tempi rapidi la corrispondente attività.

Al tavolo istituito presso il Ministero dello Sviluppo economico, il 5 dicembre scorso, alla presenza dell’allora Presidente ABI Mussari e di Bankitalia, chiedevamo che venisse valutata “…la possibilità di separare per funzioni le banche che fanno attività tradizionale di raccolta-impiego da quelle che fanno attività finanziaria speculativa, perché l’economia reale non può farsi carico dei costi per improvvise debacle di istituti bancari che vanno in crisi di liquidità per operazioni speculative azzardate e che poi, non solo stringono i cordoni della borsa ai propri clienti, ma utilizzano i fondi della BCE per ripianare disequilibri e dissesti finanziari causati da una gestione poco oculata.”

Speriamo che la crisi che stiamo attraversando aiuti a fare le giuste scelte che il Paese merita, trascurando, una volta tanto, di perseguire gli interessi dei soliti poteri forti.

Ma vediamo di meglio comprendere come siamo arrivati all’attuale situazione, perchè siamo ingessati nell’incapacità (sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) di riformare efficacemente il sistema bancario e quali sono i numeri in gioco:

Perché le Fondazioni bancarie

Le Fondazioni nascono nel 1990 con la legge Amato (Legge 30 luglio 1990, n. 218), nel contesto di privatizzazione delle banche italiane, che fino agli anni 80 erano sotto il controllo pubblico. Prima della riforma Amato, più dell’80% del sistema bancario era gestito dallo Stato ed era caratterizzato dalla netta separazione tra banche commerciali, o casse di risparmio, il cui finanziamento avveniva in prevalenza attraverso la raccolta di depositi, e banche d’investimento. La legge Amato toglie tale distinzione e trasforma le banche pubbliche in società per azioni (SpA). La riforma ha come obiettivo di ridurre il controllo statale, senza sottrarne i principi sociali ereditati dalle casse di risparmio, che vanno a confluire nelle Fondazioni.

Amato spezza le banche pubbliche in due entità:

1.Ente Bancario (Società per Azioni Conferitarie), responsabile della gestione dell’attività bancaria

2.Fondazione (Ente Conferente), ente legale privato, proprietario della banca e in possesso dunque delle azioni che gestisce e investe.

Ci sono due principali differenze tra i due enti: la natura dell’ente, e le sue responsabilità. Mentre l’entità bancaria è gestita da privati, in origine la Fondazione doveva essere composta in maggioranza da membri eletti da un’istituzione locale, municipale, provinciale o regionale. Rimane dunque una componente pubblica, che ha come mandato quello di investire i profitti delle banche in attività di interesse pubblico, spesso legati alle necessità della comunità locale. Per fare ciò le fondazioni non possono esercitare l’attività bancaria, ma hanno il compito di gestire le partecipazioni della banca in modo da trarre ritorni di beneficio sociale. La seconda differenza tra i due enti sta per l’appunto nelle responsabilità: mentre l’ente bancario si occupa di provvedere ai profitti immediati e di corta durata della banca, le Fondazioni hanno il compito di guardare più lontano agli investimenti di lungo termine. Come poi definire quali sono gli investimenti “di interesse pubblico” rimane a discrezione delle Fondazioni, sebbene la loro attività sia regolata dal Ministero dell’Economia e della Finanza.

Trasformazione della struttura del sistema bancario

La riforma Amato ha gradualmente mutato la gestione delle banche Italiane, portando alla parziale privatizzazione delle banche e all’uniformità delle loro funzioni. Se da un lato la privatizzazione ha costituito un passo verso la liberalizzazione del sistema bancario, dall’altra, l’istituzione delle Fondazioni ha portato a due effetti collaterali immediati: gli azionisti privati interessati ad acquistare titoli bancari si sono visti scoraggiati di fronte ai favori legislativi concessi alle Fondazioni, e le Fondazioni non hanno fatto altro che spostare il potere politico che controllava le banche dal piano nazionale a quello locale. La riforma Amato ha posto le basi legislative per la privatizzazione del sistema bancario, ma de facto agli inizi degli anni 90 le banche italiane sono rimaste ancora sotto l’influenza del settore pubblico e non avevano alcun orientamento verso gli obbiettivi tradizionalmente perseguiti dal settore privato.

Per diminuire il controllo pubblico sulle banche, una serie di riforme si sono succedute nel corso degli anni 90 con l’obbiettivo di ridurre il potere delle Fondazioni e incentivare la vendita dei loro titoli bancari a privati. La legge Dini del 1994 (Legge 30 luglio 1994, n. 474) elimina il requisito che impone alle Fondazioni di possedere più del 50% delle azioni di una banca, e introduce incentivi fiscali per la vendita delle azioni ad altri enti. Nello stesso tempo il Ministero dell’Economia a Finanza continua ad incentivare la cessione dei titoli bancari imponendo alle Fondazioni la diversificazione dei propri investimenti. Segue nel 1998 la legge Ciampi (Legge 23 dicembre 1998, n. 461), che limita la libertà delle Fondazioni riducendo i settori in cui possono investiti i profitti ricevuti dalle banche a campi di utilità sociale (cultura, sport, sanità, volontariato, etc). Nel 2003, un cambiamento legislativo esenta dalla vendita dei propri titoli bancari le fondazioni con fondi inferiori a €200 mila e quelle operanti in alcuni particolari settori, mentre tutte le altre fondazioni sono tenute a cedere le proprie azioni bancarie entro il 2005.

A quelle riforme segue il periodo di consolidamento bancario, in cui tra il 1997 e il 2007 avvengono più di 300 fusioni e acquisizioni che danno forma all’odierna struttura del sistema bancario italiano. Si creano grandi gruppi finanziari che allargano a livello nazionale la propria estensione geografica e specializzano i propri prodotti, andando a controllare un’alta fetta del mercato italiano, mentre si riduce il mercato per le medie e piccole banche locali, che rimane legato alle comunità locali. In numero delle banche diminuisce drasticamente, aumentano invece il numero delle succursali e la concentrazione delle banche sul territorio, introducendo competizione nel sistema bancario italiano. Il consolidamento sembra aver migliorato in media la performance economica delle banche e aumentato i profitti, in particolar modo per i maggiori gruppi finanziari, i quali traggono vantaggio dalle economie di scala, diminuendo i propri costi e ottenendo ritorni sulle proprie azioni di oltre 10 punti percentuali maggiori rispetto alla media delle altre banche italiane.

Il sistema bancario oggi

Secondo i più recenti dati pubblicati dalla Banca d’Italia, alla fine del 2012 esistono 724 entità bancarie, di cui quasi il 30% costituito da società per azioni, il 60% in mano a strutture di natura cooperativa, dove 37 sono Banche Popolari e 398 le Banche di Credito Cooperativo, e il restante 14% è diviso tra banche straniere, fondi di medio-lungo termine e istituti centrali. Mentre le strutture cooperative costituiscono la maggioranza del numero di banche, la loro presenza geografica è assai inferiore a quella delle banche SpA, che possiedono quasi il 70% delle succursali presenti sul territorio italiano. La distribuzione geografica si riflette anche nel numero di impiegati, che si concentrano nei cinque maggiori gruppi finanziari italiani: Unicredit, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Unione Banche Italiane e Banco Popolare.

Frammentazione e concentrazione caratterizzano la struttura del sistema bancario italiano. A larghi gruppi bancari che si estendono sull’intera penisola e in cui si concentra gran parte dell’attività e dei beni bancari, si contrappone una miriade di piccole banche, che servono i più modesti bisogni della comunità locale. Sono quindi le banche più grandi ad avere maggiore controllo sul territorio e sul mercato(alla fine del 2011 UniCredit e Intesa San Paolo possiedono più del 31% dell’attività, cui seguono le successive tre banche, MPS, Banco Popolare e UBI, che ne possiedono il 18%).

Per quanto riguarda il controllo e la gestione delle banche, il sistema odierno è caratterizzato da due tipi di strutture: le SpA e i gruppi cooperativi, che sono costituti da poche e grandi banche popolari e in stragrande maggioranza da crediti cooperativi, che costituiscono il 53% delle banche presenti in Italia. Mentre i gruppi cooperativi sono in mano a chi ne possiede le azioni, dove ogni azionista corrisponde ad un voto indipendentemente dal numero di azioni che possiede, le SpA sono gestite secondo la divisione tra ente bancario e ente conferente, cioè le fondazioni.

Oggi esistono 88 fondazioni, con beni pari a €43,034 milioni e proventi degli investimenti che ammontano a quasi €1,237 milioni di euro. In termini di controllo e gestione delle banche, 14 fondazioni detengono oltre il 50% del capitale della banca originariamente conferita, 56 hanno una quota di partecipazione inferiore al 50% e 14 hanno una “indiretta” forma di partecipazione. Nell’ultimo studio dell’IMF sulla situazione dell’economia e finanza italiana, si evidenzia che nel 2011 le fondazioni controllano ancora una larga fetta dei titoli bancari: in più di 50 banche le fondazioni hanno in mano oltre il 5% delle azioni, e in due delle tre più grandi banche, le fondazioni possiedono più del 20%. Per quanto riguarda i maggiori gruppi finanziari, i dati Consob mostrano le percentuali di azioni possedute dalle diverse fondazioni nelle banche quotate in borsa. Il 6% di Unicredit è diviso tra la fondazione di risparmio di Torino e quella di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona. Il 15% delle azioni di Intesa SanPaolo è in mano a quattro fondazioni (Fondazione cassa di risparmio di Firenze, Bologna, Padova e Rovigo e delle Province Lombarde). Il 37% di MPS nelle mani di una sola fondazione, ovvero quella di Siena e il 4.5% di UBI è egualmente diviso tra la fondazione Banca del Monte di Lombardia e Cassa di Cuneo. L’influenza delle Fondazioni sulle maggiori banche è notevole, considerato che la restante fetta di azioni è divisa tra altri investitori, i quali individualmente superano raramente la percentuale detenuta dalle Fondazioni.

Oriano Lanfranconi

Presidente Confapi Giovani

in collaborazione con il Centro Ref ricerche

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Senza credito non c’è crescita


Ultimamente ci si sente un po’ come a Camelot, circondati da argentei cavalieri, pronti a difendere le ragioni delle Pmi e a scendere in guerra per trovare il nuovo Santo Graal, ricco del credito perduto. Ma le domande vere, quelle che tutti questi neo cavalieri dovrebbero porsi, sono due: come si fa a dare un aiuto vero alle imprese in difficoltà. E soprattutto, quali di queste imprese meritano davvero di essere supportate? Si, perché aiutare non deve significare intraprendere la strada dell’ assistenzialismo, ma, al contrario, vuol dire porre basi per una crescita certa e sostenibile, configurata in un ambito di regole e di opportunità che deve essere e rispettato da tutti. Un contesto nuovo che consenta a tutti di godere delle stesse opportunità di partenza e di corsus di altri soggetti, che magari si trovano semplicemente spostati geograficamente un po’ più a nord.
Questa è la missione santa della nuova crociata, che le categorie Imprenditoriali, Industriali e non dovrebbero veramente fare propria, per ridare slancio al motore dell’Italia, soprattutto quella del Sud.

Le analisi economiche degli ultimi tempi hanno dimostrato che 50 anni non sono bastati per recuperare il gap tra il Mezzogiorno e il nord. Che addirittura la forbice ormai è dilatata quasi allo spasmo e si sta per spezzare. Il rischio è un Break Even Point dal quale non ci sarà ritorno e molti sono gli analisti che ormai hanno già condannato il nostro territorio nell’ inferno del sottosviluppo economico e sociale. Ebbene, come giovane e come imprenditore sento il dovere di rinnegare questa ipotesi, mentre chiedi a tutti gli operatori – economici, politici e sindacali – lo sforzo più grande nel darci “Credito” con la c maiuscola. Quella che significa fiducia e si traduce in sviluppo e opportunità per chi lavora e intende farlo sempre meglio.
Qui, alle porte del Mediterraneo, il valore delle parole ha spesso un peso differente rispetto ad altri luoghi del bel Paese. Per le imprese del Sud avere credito non significa semplicemente accendere fidi o mutui. Significa anche creare condizioni di sviluppo, che non sono certo quelle delle straordinarie iniezioni di liquidità fatte – almeno ad annunci – a favore del mondo delle Pmi, le quali, comunque e malauguratamente non riescono ad accedervi. Non certo per incapacità, ma soprattutto perché le richieste di garanzie avanzate dagli Istituti per accedere a questi crediti presentano differenze a volte sostanziali per aziende “italiane” a seconda che siano ubicate sopra o sotto il Garigliano. Vi sorprenderebbe sapere che la richiesta di garanzie nel Sud del Paese è almeno doppia rispetto a quelle richieste e prestate al nord? Non solo. Per accedere al credito, come ulteriore scotto nel Mezzogiorno, il denaro costa almeno il 20 per cento in più, in commissioni e percentuali di interesse passivo. Senza trascurare che i costi lievitano ulteriormente se si pensa al costo del rischio per assicurare crediti o quant’altro, che al Sud è pagato a volte anche il 300 per cento in più. Spesso, inoltre, è impossibile scontare fatture anche di società o enti pubblici. Insomma, questo per dire che l’Italia ha in parte già confinato l’Altra Italia – mio malgrado la nostra – in un limbo socio economico di depressione dal quale, nonostante le belle armature e i novelli cavalieri, se non si punta davvero su una perequazioni dei costi, ma in generale sull’ applicazione dei diritti e dei doveri, difficilmente si riuscirà a uscire.
La vera richiesta di “Credito” che, come giovani e imprenditori, sentiamo l’assoluta necessità di avanzare consiste nel creare l’equilibrio delle Regole e delle Misure. Nel fissare una linea di partenza unitaria, che comprenda ambiti come quelli del Merito, delle Idee, della Correttezza, delle singole aziende, dei singoli Imprenditori e dei singoli Giovani. Evitando di penalizzare, cavalcando un’onda di razzismo tutto italiano, l’appartenenza ad un territorio rispetto ad un altro. A prescindere da altre opportunità, questa resta la prima dalla quale non si può prescindere. Non solo per riappropriarsi del proprio orgoglio ed rialzare la testa, ma anche per ritornare a giocare nella vita da primi e non da eterni ultimi. Senza attendere un nuovo re Artu’ o una nuova Exalibur con la quale colpire, ripartiamo dai diritti e dai doveri, che come cittadini in primis lo Stato deve renderci in grado di esercitare.

http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=570981&KeyW=BRUSCINO

Banche ed Imprese rapporti ancora difficili


Da un analisi del ‘sistema creditizio’ a livello nazionale, curata dal ‘Centro Studi Sintesi’ di Venezia — è dedicata alla ‘qualità del credito’, relativamente al 2007, indagine nella quale finisce sotto esame la capacità delle banche di offrire opportunità alle famiglie e alle imprese, garantendo e proteggendo l’ acesso al credito, agli investimenti e al risparmio.
Ebbene, proprio da questo punto di vista, ancora una volta la nostra Regione ha poco di che gioire.
Come detto, la posizione conquistata è la 15esima con un rank di 35/100 su una massima del 95/100 del Trentino Alto Adige.
A colpire non è solo la valutazione attribuita alla nostra realtà territoriale, ma anche le fondamenta della ricerca.
Ovvero creare “un indicatore ad hoc per descrivere la qualità del credito in Italia, all’interno del quale sono stati individuati alcuni indici fondamentali che colgono le peculiarità specifiche del sistema creditizio” e contemplare “una pluralità di indici: tra di essi vi è la capillarità del servizio bancario nel territorio, la capacità di indebitamento o di risparmio delle famiglie, la propensione all’investimento delle imprese, la quota di crediti insoluti, i tassi di interesse applicati dalle banche e a favore dei risparmiatori… ossia un insieme di indicatori che, correttamente correlati, forniscono un’indicazione sulla qualità del credito”. E ancora “comprendere se le aree siano più o meno favorite da un sistema bancario e creditizio efficiente e dinamico.
Potendo contare su un credito qualitativamente buono, si possono creare i presupposti per uno sviluppo dell’intero sistema economico e sociale di un territorio. Se, invece, la situazione mostra degli elementi che pongono in dubbio la qualità del credito, allora c’è il rischio di un appesantimento e di un rallentamento dell’intera struttura produttiva”.
Se si traggono le logiche conclusioni del ragionamento portato avanti dallo staff del ‘Centro Studi Sintesi’, allora la pessima posizione a noi assegnata comporta una valutazione negativa non semplicemente sulla cosiddetta ‘qualità del credito’ — “scarsa”, secondo l’indagine — ma anche su quello che è il sistema creditizio che dovrebbe sostenere l’economia, a partire dalle imprese.
Non a caso, tra gli indicatori utilizzati c’è il numero di sportelli ogni diecimila abitanti e ogni mille imprese, il numero di depositi e quello di impieghi rispetto agli sportelli, l’indebitamento delle imprese e quello delle famiglie, il numero di fallimenti rapportato al numero di imprese registrate, il numero di protesti. Tutti indicatori che ci penalizzano. E difatti “per quanto riguarda le aree più dequalificate, si può osservare come Crotone, Catanzaro, Benevento e Matera mostrino delle indicazioni poco soddisfacenti. In particolare, le aree peccano per la bassa presenza, nel territorio, di sportelli bancari rispetto alle altre aree del Paese, per alti tassi di sofferenza dei prestiti elargiti e per un risparmio medio per famiglia abbastanza ridotto — si legge, ancora, nella ricerca del ‘Centro Studi Sintesi’ —. Inoltre, a differenza del Nord, le imprese sono alquanto restie a esporsi con le loro banche: la loro propensione al rischio sembra essere ridotta dato il basso livello medio di indebitamento per finanziare la propria attività produttiva.
Altro elemento che spinge le aree del Sud verso la fine della classifica è la quantità di protesti, troppo elevati rispetto alla popolazione residente, e al costo più consistente del credito in termini di remunerazione del tasso di interesse, sebbene questo sia un elemento comune anche al Nord”.
A questo quadro, però, bisogna aggiungere un altro dato: quello relativo alla classifica stilata prendendo in esame le modifiche nella ‘qualità del credito’ tra il 2002 e il 2007. “Per quanto riguarda il Sud, si osserva un netto miglioramento nella capillarità bancaria rispetto a cinque anni fa, sebbene essa rimanga una delle più basse d’Italia. Diminuiscono gli incagli e il tasso di decadimento, così come il livello di indebitamento delle famiglie. Tra le province più virtuose si annoverano Isernia, Sassari, Napoli e Benevento”, si legge nella ricerca.
A pesare, in questa classifica, in maniera positiva, sono stati, tra l’altro, l’intensità del risparmio e del credito, la densità bancaria per abitante e per impresa, la capacità di credito, l’indebitamento delle imprese, il risparmio medio delle famiglie, il tasso di interesse passivo. In questi settori, nel periodo 2002-2007.
Dall’ analisi del Centro Studi, si evince il bisogno di realizzare delle nuove opportunità soprattutto nel mezzogiorno, nella offerta del credito, forse andrebbe rispolverata la vecchia idea (mai abbandonata del tutto), di creare una Banca nel Sud che premi e investa sul nostro territorio, nei nostri uomini e nelle nostre Imprese, garantendo uno strumento indispensabile per lo sviluppo come l’ accesso al credito, sempre più difficile e selettivo, che spesso non premia i buoni progetti e la loro redditività, ma la capacità di garantire l’ indebitamento e l’esposizione con doppie, triple garanzie.