Giovani, ambiente, sviluppo …


Nel novero delle risorse esauribili e non ripetibili, quella principale, più scarsa, importante e di valoreè senza dubbio il tempo.
In ogni momento della nostra vita avere poco o molto tempo, fa la differenza, investirlo ben rende tantissimo, sprecarlo invece causa danni incalcolabili e senza recitare adagi di antica e profonda saggezza, sicuramente basta un solo momento per comprendere quanto di vero é racchiuso in detti popolari o semplicemente in queste poche righe.
Eppure un ragionamento tanto banale sembra essere straordinariamente difficile da mettere in pratica, prima nel nostro vissuto, anche diciamo domestico, e poi ancor di più nel lavoro e nella conduzione di macchine complesse come quelle dello Stato e mentre molte eccezionali menti si interrogano su come realizzare una società con tempi giusti, su come mettere a profitto la velocità consentita dalle nuove tecnologie e dall’era digitale, che pone proprio il tempo tra i paradigmi della sua straordinaria rivoluzione, in Italia, e in particar modo al sud, continuiamo a vivere in quello strano stadio del “frattempo”, tipico di chi preferisce l’osservare al fare.
In questo Paese dove tutti non hanno tempo, dove c’è il gioco delle perenni emergenze, dove ogni riforma partirà dalla prossima legislatura, dove la giustizia é senza tempo, dove i giovani sprecano anni parcheggiandosi nelle Università, dove i padri non invecchiano mai, dove tanto i lavoratori, quanto gli imprenditori preferiscono sempre rendite di posizione a scapito del progresso, dove tutti pensano che non sia mai arrivato il loro tempo, di “frattempo” purtroppo stiamo morendo.
In questo limbo, dove tutto accadrà domani e mai, oggi dove il taglio delle tasse, il ritorno del merito, la crescita, le speranze, sono sempre affidate a qualcun altro, dove il presente serve solo a giustificarsi per le lacrime e il sangue chiesto a tanti, ormai si sopravvive solo, ci si erode in questa triste accidia degli impotenti perché tutti ci raccontano che l’istante che stiamo vivendo non serve a niente, non é insomma come dire importante…
Invece é il contrario, é esattamente questo momento quello che cambia le cose domani, l’attesa é sterile non ha figli e genera solo stanchezza e sfiducia.
Bisogna tornare a pensare nei termini in cui si é consapevoli che l’oggi fa il domani, che il frattempo é solo un invenzione irresponsabile ed ipocrita che scarica sempre su altri le mancate scelte, che con coraggio dal piccolo delle nostre case, fino al vertice del nostro stato devono essere prese ed attuate oggi.
Abbiamo imparato tanto dalla nostra umana esperienza quanto dai testi, che crescere significa decidere ogni giorno, non fermarsi, non demandare, bisogna generare una continuità progressiva tra parole ed azioni, se non si vuole perdere fiducia, se vogliamo ritrovare forza e coraggio dobbiamo non solo vedere il tempo scorrere, ma nuotare nella sua corrente, per non morire di frattempo abbiamo bisogno di un presente dove le decisioni come i tagli agli infiniti sprechi, la trasparenza, la riforma della pubblica amministrazione, abbiano un effetto immediato. Non possiamo più attendere il domani, non possiamo più rubare altro tempo o diventeremo oggi gli assassini del nostro futuro.


Il Gruppo Giovani Imprenditori di Confapi presenterà venerdì 9 Novembre in occasione del suo congresso nazionale lo studio commissionato al Prof. Giacomo Vaciago dal titolo : “ da 14 anni nell’Euro; i costi li abbiamo visti, e i benefici?”

Lo studio ha cercato di dare una risposta su basi scientifiche ai problemi della scarsa crescita dell’economia italiana. Uno su tutti il motivo per il quale l’Italia  arretra mentre molti altri paesi (anche in Europa) accelerano e sulle ragioni che vedono questa crisi colpire soprattutto le nuove generazioni, cioè il nostro futuro, ponendo un accento particolare alla degradazione del nostro sistema democratico, ulteriore conseguenza della mancata crescita, poichè crescere  “rende una società più aperta, tollerante e democratica”.

Lo studio parte dalle ragioni che in 15 anni hanno compromesso il necessario adeguamento tecnologico ed organizzativo all’ interno del nostro paese compromettendone il presente, concentrandosi sulla decrescita continua del “prodotto per ora di lavoro” e di “produttività totale dei fattori” per misurare la crescita; ponendo l’attenzione infatti su questi due elementi costitutivi della crescita di una nazione, come si evince dallo studio commissionato dal  Gruppo Giovani di Confapi, l’ uso di politiche a favore dell’espansione della spesa pubblica o l’inflazione o la svalutazione del cambio sono solo dei palliativi, ma non curano certo il male, per rilanciare lo sviluppo l’unica ricetta è quella indicata in passato anche dal governatore Draghi : “solo il progresso della produttività genera benessere economico”.

Quindi si arriva e si punta sui tre aspetti fondamentali necessari a correggere  il declino dell’Italia :

1)  La necessità di progredire in termini di capitale umano e di ricerca scientifica “utile”.

2) L’assetto di regole necessario, per garantire che sia elevato e sempre presente lo stimolo all’innovazione ed alla adozione di best practice organizzative.

3)  L’ utilità a mantenere fermo l’obbligo a ridurre deficit e debiti pubblici che ci deriva dai nuovi Patti europei nel breve e nel medio periodo

Dal 15 settembre 2008 (caso Lemanbrothers) in Italia scopriamo che condividiamo tutti i guai della globalizzazione senza averne conosciuto i vantaggi, e soprattutto scopriamo che la nostra industria è sempre meno locomotiva, e sempre più vagone di coda, delle altrui filiere produttive più robuste e importanti. Scopriamo anche che il nostro futuro di grande paese industriale non è più garantito dalla ripresa che sempre segue ad una recessione.

La posizione del Governo italiano nei confronti della crisi e dei costi che ci ha presentato, è stata caratterizzata da tre successive tesi che così possiamo commentare:

1) “la crisi non è colpa nostra”: Ciò è vero, ma non serve.

2) “Altri stanno peggio di noi”: Ciò è vero, ma non consola.

3) “Abbiamo tenuto sui conti pubblici”: Ciò è vero, ma non basta.

Perché molti dei cosiddetti shock cui si imputa buona parte dei nostri guai, altro non erano che squilibri da tempo presenti e a lungo colpevolmente sottovalutati.

Ma le condizioni di cattiva burocrazia, difficoltà nel credito, ingessamento delle politiche attive tra sindacati ed azienda, hanno costituito la mancata crescita della nostra produttività oraria, che a fronte di altre realtà europee ha caratterizato per l’Italia un continuo declino industriale.

Ma allora cosa dovremmo fare per tornare a crescere? Lo studio della Confapi Giovani prodotto  dal Prof. Giacomo Vaciago ci indica la strada :

“Anzitutto, il primo aspetto da sottolineare è che in un’economia di mercato è la concorrenza il modo normale con cui l’innovazione viene introdotta nella produzione: chi non innova è perdente nella competizione. Occorre dunque un forte aumento del grado di concorrenza, soprattutto nell’area dei servizi pubblici e privati.”

“La seconda area di intervento, prioritaria per modernizzare il Paese e ottenere significativi guadagni di produttività, riguarda l’organizzazione del lavoro in tutti i servizi che pubblici devono rimanere, ma possono ben emulare la migliori pratiche del resto d’Europa. Dalla giustizia alla pubblica amministrazione (nazionale e locale): molto deve ancora essere realizzato per adeguare le modalità di produzione di quei servizi all’odierna miglior tecnologia.”

“La terza priorità è una revisione del bilancio pubblico, recuperando il metodo della spending review, introdotto da Padoa Schioppa sulla base dell’esperienza francese e inglese, e che il successivo governo subito eliminò, arrivando a chiudere l’ISAE dove queste analisi erano state iniziate. Occorre anzitutto tagliare spesa pubblica corrente che non serve alla priorità della crescita, ma anche “spostare” quote significative di pressione fiscale dalla imprese alle famiglie; dal reddito al patrimonio; dai contribuenti onesti agli evasori.”

Dovremmo tornare infine anche in Italia al buon senso di chi giudica “eccessivo” un debito – privato o pubblico, non importa – che non serve a finanziare la crescita, ma solo redistribuisce risorse tra i diversi cittadini o tra le diverse generazioni.

Liberamente tratto dalla Relazione del Prof. Giacomo Vaciago sullo studio commissionato dal gruppo giovani imprenditori Confapi intitolato “ da 14 anni nell’Euro; i costi li abbiamo visti, e i benefici?”


In questo periodo, come tanti Italiani, mi sono dovuto confrontare spesso con l’inefficienza dello Stato in tutte le sue forme, dai ritardi della pubblica amministrazione, alla sua assenza nei luoghi difficili, all’ingiustizie che spesso si perpetuano in questo strano Paese; eppure molte volte mi sono sentito risollevare dallo scoramento quando ho avuto la fortuna di incontrare uomini veri, che rappresentavano la nostra Italia e, con dedizione ed attenzione per i più deboli, dimostravano di fare con onestà e coraggio il loro lavoro.

Attacco mediatico
Con personale dispiacere ho assistito in questi giorni ad un attacco dei media nei confronti di uno di questi uomini, che ho avuto la fortuna di incontrare qualche anno fa in occasione del suo arrivo a Napoli e che oggi spero non lasci la nostra città, per la quale tanto si è prodigato, con un senso di amarezza e rammarico per un unico episodio forse non compreso o troppo strumentalizzato.
Parlo di un esperienza non solo personale, ma allargata ai tanti giovani della Confapi Campania, che hanno conosciuto il prefetto De Martino, che con grande sensibilità non ci hai mai negato un incontro, un consiglio e il sostegno della sua istituzione per promuovere la legalità, trasferendoci un senso dello Stato attento ai suoi giovani, alle nuove imprese, come attori diretti e principali del recupero del territorio.

Azione efficace
L’attività del Prefetto aveva seminato tanto e bene nei nostri cuori, a volte un po’ sofferenti, ricordo ancora con piacere il suo infervorarsi contro stereotipi negativi che lasciano ancora oggi una brutta immagine delle nostre terre e il suo sforzo continuo, supportato dai dati e dal tanto lavoro nel combattere la triste modalità comunicativa che ci vede raccontare sempre il peggio di noi e quasi mai i buoni esempi, le belle storie, i risvolti positivi.
In più di un’occasione l’ho sentito impegnarsi e prodigarsi per aiutare tutti a costruire le buone occasioni perfettamente consapevole dell’alto compito rivestito dal suo ruolo di massimo rappresentante e presidio dello Stato. Per questa ragione scrivo queste righe di saluto sincero ed. accorato ad un servitore dello Stato che ha saputo dimostrare lealtà al suo compito ed ai suoi cittadini con un lavoro continuo, tra le mille emergenze e i tanti momenti difficili che sicuramente non sono mancati e pur lo ripeto non conoscendo l’episodio raccontato negli ultimi giorni dai media, penso che un giudizio su un rappresentante dello stato debba sempre essere espresso non su una circostanza, ma sul suo percorso e sul lavoro fatto su un territorio, anche per non mortificarne l’istituzione.
Oggi abbiamo bisogno più che mai di ritrovare la piena e completa fiducia nell’Italia e nei suoi uomini, il mio, anzi mi permetto di dire, il giudizio dei tanti giovani che con me hanno incontrato e seguito il lavoro del prefetto di Napoli è assolutamente positivo, per questa ragione, caro prefetto, la salutiamo: noi, un po’ anche grazie a lei, continueremo a credere in questa terra cercando di diventare la migliore occasione di riscatto.


Le Pari opportunità sono un argomento sicuramente molto di moda in questo periodo di assoluta difficoltà. Ma cosa significa sul serio questo termine? Cosa vuole dire in concreto impegnarsi su questi temi? Perché incide in un paese come l’Italia ?

Definizione sintetica
Volendo dare una definizione breve, ma che colga appieno il senso del discorso, possiamo dire che stiamo parlando dell’applicazione del merito, a prescindere dal sesso, dalla condizione sociale e dalla condizione fisica, un tema, quindi, in Italia e soprattutto in Campania straordinariamente attuale.
Come vedete la definizione è molto ampia e si basa sul presupposto che si debba in uno stato civile e democratico come quello italiano, settima potenza economica e grande nazione occidentale, creare basi di partenza che consentano a tutti, a seconda del proprio impegno, di traguardare gli obbiettivi che si sono posti: insomma niente di più banale, niente di più difficile.
Tra le tante dimostrazioni di quanto questo atteggiamento sia molto spesso solo dichiarato e molto poco applicato ci sono i dati, che sono stati pubblicati proprio in questi giorni, che attestano come la Campania registri un 20,4% di lavoratrici, (in Europa le donne a lavoro sono circa il 74%), dato uguale a quello del Pakistan e di poco superiore a Libano, Yemen e Mauritania.

Aree svantaggiate
Le province in cui le donne sono messe peggio in quanto a impiego sono: Napoli (72% inattive) e Caserta (70,7%) a livello nazionale. E quindi, come al solito, nei tristi primati ci ritroviamo sempre all’apice.
Questa pessima fotografia, per altro, peggiora sicuramente se si pensa a tutte le altre categorie, come quelle con disabilità, i giovani e così via.
Tutto frutto di una politica che soprattutto nei ruoli pubblici e nella pubblica amministrazione non è in grado di garantire servizi minimi, come asili per le neo mamme, concorsi per i giovani, applicazione del merito contro le raccomandazioni, trasparenza e correttezza, insomma in tutte le sue forme.
Ma nonostante tutto questo, e forse proprio a causa di questi problemi, l’Italia è al primo posto in Europa per quanto riguarda il maggior numero di imprenditrici e autonome: 1.565.400, pari al 16,4% delle donne occupate, rispetto alla media europea del 10,3.
Ed è tra i primi posti per natalità di giovani imprese, gestite da giovani insomma! La Campania in questo caso gioca con Napoli una bella partita, piazzandosi al secondo posto dopo Milano.

Riflessioni di metodo
Ora magari varrebbe la pena concentrarsi un po’ su questi punti, considerarli una forza e stimolare in questa direzione politiche ed azioni che creino quelle pari opportunità di merito a favore di chi sta ancora scommettendo.
Basterebbero piccole azioni, magari promuovere non vuoti convegni di sensibilizzazione, ma l’apertura di qualche asilo, la creazioni di stimoli alle imprese gestite da giovani, la trasparenza nei concorsi e forse si potrebbe raccogliere l’anno prossimo qualche dato in controtendenza, che ci veda competere con qualche democrazia occidentale e non con il Pakistan (con il dovuto rispetto).


In questo periodo con grande gioia e con un pizzico di giusto timore ho deciso di fare una grande scommessa e lanciarmi a capofitto nella realizzazione di due nuove avventure imprenditoriali, entrambe con un alto tasso di innovazione ed entrambe spero foriere di grande soddisfazioni.

Una si occuperà in maniera industriale della rigenerazione delle materie plastiche usate e l’altra invece punta a ribaltare alcuni dei concetti alla base della domanda e dell’offerta nel mercato dei beni e dei servizi, utilizzando come leva quello straordinario strumento che è internet, strumento in Italia ancora un po’ sottoutilizzato ed interpretato.

Al mio entusiasmo iniziale si aggiunto chiaramente quello dei miei soci: in un’avventura, ragazzi come me, e nell’altra dei “giovani” più avanti con gli anni, ma con un grande spirito innovatore.

Fatte queste premesse, però, devo aggiungere con tanta rabbia che i primi problemi non sono certo mancati e come al solito sono arrivati dalla burocrazia…

Faccio un esempio, la Camera di Commercio di Napoli ha impiegato circa 40 giorni ad iscrivere la società al registro delle imprese, mancata iscrizione che in quei giorni mi ha impedito di fare qualsiasi cosa, compresa la semplice apertura di un conto corrente o la chiusura di un qualsiasi contratto, successivamente poi l’amministrazione pubblica ha giustamente preteso l’invio di tutta la documentazione, alla quale avrebbe dovuto rispondere nel corso di 60 giorni, chiaramente io ho ottemperato ai miei obblighi nei tempi previsti, altrettanto chiaramente la p.a. non ha rispettato i suoi.

Dopo queste iniziali disavventure, i miei soci mi hanno criticato per aver scelto Napoli come sede legale e produttiva delle attività e delle aziende e mi hanno proposto di chiudere questa esperienza e riprovare partendo dal Nord, dove i problemi non mancheranno ma almeno la macchina burocratica è più attiva, più rapida.

Mi ha fatto male avere ancora una volta testimonianza di un’altra inefficienza, ma sto tenendo duro, perché non ci sto a scappare, non ci sto a pensare che la mia casa, il luogo che mi ha visto crescere come uomo ed imprenditore, sia senza opportunità, anzi credo fortemente che noi dovremmo essere la prima vera occasione per queste meravigliose terre. Certo non è facile e spesso capita di abbattersi, soprattutto quando ci si trova di fronte a questi banali problemi, che potrebbero spesso essere risolti con un pizzico di buon senso e con quella tanto decantata innovazione: innovazione digitale, per esempio, che già in tante parti di Italia è arrivata! Si preferisce, invece, cadere nei soliti teatrini della cattiva gestione della cosa pubblica, dei piccoli o grandi clientelismi che fermano l’iniziativa di tanti, scoraggiandoli ancor di più in questo terribile momento di crisi dove le prima affermazioni che mi sono state rivolte da tanti sono state: “Lascia stare, non investire!”, con  il volto  e la voce di chi ha perso la speranza e la fede in questo territorio. Io con forse troppa testardaggine voglio puntarci ancora e provare sempre a dire la mia, per creare futuro per me e le mie aziende e per questa area geografica, che continua anche contro tutto e tutti ad essere il luogo dove si può creare il domani.


Fino a pochi anni fa l’operazione di mettere sul mercato un nuovo prodotto poteva disporre di parecchio tempo.

Un Tempo sufficiente per sondare i bisogni dei consumatori attraverso sofisticati strumenti d’indagine e statistica.
Lo scopo era evidentemente quello di minimizzare il rischio che il nuovo prodotto non incontrasse il favore del mercato, trasformandosi in una grossa perdita economica.

Oggi ci troviamo in un mondo sempre più piccolo, veloce, globalizzato e multi canale.
I grandi successi difficilmente possono basarsi sui gusti e sui bisogni di un solo popolo e la velocità di innovazione richiesta dal mercato è tale  da non lasciare tempo all’indagine.

Proprio nel momento storico più favorevole alla comunicazione ed al reperimento di informazioni in tempo reale, i grandi successi cominciano sempre più dalla visione di un singolo e sempre meno dalla capacità di previsione degli statistici.

Dunque la globalizzazione e l’accelerazione del tempo storico aumentano le opportunità, ma rendono il mercato più complesso e più rischioso.

Una sola consuetudine pare non essere cambiata dagli albori del marketing ai giorni nostri: la maggior parte delle comunicazioni commerciali sono generate da offerenti che cercano consensi per la propria offerta.

Il rapporto tra un venditore e un consumatore inizia quasi sempre dall’espressione di un’offerta e molto difficilmente dall’espressione esplicita di un bisogno e questo fatto semplice ha moltissime ripercussioni su tutti gli aspetti della vita economica.

Per un’azienda, ogni offerta è una scommessa, perché non parte dall’espressione di un bisogno. Ogni commerciante corre dei rischi sempre più elevati quando assortisce il magazzino e questo, ovviamente, privilegia sempre più gli attori di grandi dimensioni, che possono assorbire eventuali errori sui grandi numeri, rispetto ai piccoli operatori, spesso costretti a limitare i propri assortimenti.

Questo mercato a bisogno di trovare un nuovo equilibrio e questo equilibrio deve basarsi sulla possibilità che i consumatori hanno di utilizzare i potentissimi mezzi di comunicazione che hanno a disposizione per esprimere i propri bisogni e creare su questi dei veri e propri gruppi di acquisto, dando l’opportunità ad operatori di qualunque dimensione di rispondere  alle esigenze espresse nel modo migliore.

Di questo sono convinti tre giovani manager, Angelo Bruscino, già redattore di Caffè News, Franscesco Fulco, e Angelo Tracanna che, in collaborazione con la società Digital Media Industries S.r.l, della quale lo stesso Tracanna è presidente, hanno realizzato Aladdyn.

Aladdyn è il nuovo strumento multi canale che consente a ogni consumatore di esprimere un desiderio e aggregare attorno a questo un vero e proprio gruppo di acquisto, allo scopo di ottenere le migliori condizioni possibili.

Il funzionamento è molto semplice. Se state pianificando di acquistare un oggetto, potrete andare su www.aladdyn.com e utilizzare gli strumenti di ricerca del portale per vedere se qualcuno ha lo stesso desiderio.
Se trovate il gruppo di acquisto che fa per voi, sarà sufficiente registrarvi e aderire alla richiesta esistente.
Non vi resterà poi che attendere le offerte provenienti dai vendor interessati a soddisfare il vostro desiderio.
Se non trovate una richiesta già presente che soddisfi il vostro bisogno, potrete creare voi stessi il vostro gruppo di acquisto, che sarà immediatamente a disposizione degli utenti Aladdyn e poi condividerla attraverso la rete e i social networks.

Una sezione particolare del portale è dedicata, ovviamente, agli esercenti ed alle aziende, che disporranno di strumenti di ricerca avanzati per trovare le richieste di proprio interesse e fare le proprie offerte in risposta alle richieste dei gruppi di acquisto.

Oltre al portale, sarà presto disponibile l’App “1001 card”, destinata a terminali Android e IOS, che, oltre a tenere gli utenti informati sullo stato di realizzazione dei propri desideri, rappresenterà una vera e propria “fidelity card” per gli esercenti che decideranno di avvalersi del nuovo strumento.

Dal 15 ottobre disponibile in versione beta all’indirizzo www.aladdyn.com.


Potrei intitolare questo articolo “Disavventure di un imprenditore, in un giorno di mezz’estate”, un incipit magari ironico, ma che vi assicuro descrive appieno il disagio dei tanti che, come me, devono lavorare quando l’Italia va in ferie.
Le frasi tipiche che mi sento spesso riferire in questo periodo, con mia grande mortificazione e rabbia sono: «Dottò, ma mo’ stiamo tutti in vacanza se ne parla a settembre… ». Oppure: «Mi dispiace, ma sa i colleghi sono in ferie, non saprei proprio come aiutarla». E ancora: «Scusate ma adesso si deve fare? E’ agosto, dobbiamo andare al mare”.
Insomma, potrei continuare a lungo per descrivere alla fine sempre lo stesso tragico rituale che nonostante questa terribile crisi sembra proprio non essere passato di moda: inizia l’estate, il Paese deve fermarsi, ma le scadenze e i mercati non aspettano, il disagio di sopportare la peggiore burocrazia d’Europa si moltiplica, causa lassismo e menefreghismo diffuso.
Al solleone di questo periodo si unisce il deserto degli uffici pubblici e privati che sembrano vivere ancora nell’immaginifico Paese di Bengodi! E mentre tanti si arrabattano tra incertezze e preoccupazioni, crisi di liquidità e tempi dilazionati, le scadenze, i debiti, le tasse sembrano proprio non andare mai in vacanza. Un’asimmetria che mai come in questo 2012 diventa pesante da sopportare e anche se probabilmente continua ad essere inutile il grido di dolore di tanti italiani che continuano a subire tutto questo, proprio non posso fare a meno di raccontarlo. E in questo modo, il terribile disagio trova un po’ catarsi.
Certo, da domani pazientemente si ritornerà in campo, si ricomincerà la trafila di inutili attese, di tanto tantissimo tempo perso, che si potrebbe impiegare in maniera più produttiva, ma questo dovrebbe far riflettere ancora una volta tutti noi sulla necessità improrogabile di semplificare e snellire al massimo le procedure e gli incartamenti che, incredibile a dirsi, in Italia sono peggiorati e non migliorati dalla digitalizzazione. Ora, infatti, si procede due volte:  in primis si invia una email, che non viene sistematicamente letta, e poi bisogna stampare e, come nelle più arretrate realtà, andare allo sportello. Insomma ammodernare, snellire, rendere trasparente la pubblica amministrazione, resta un dovere imprescindibile per aumentare l’efficienza, la competitività e qualche punto di Pil di questo Paese. E da fruitore di questa elefantiaca e poco meritoria amministrazione vi garantisco che, senza un ricambio generazionale nella macchina pubblica, qualsiasi sforzo sarà inutile, perché la resistenza anagrafica all’ammodernamento,  alla formazione, alla novità è insormontabile.
Termino qui questa brutto racconto, pieno di dispiacere verso quell’Italia disattenta e menefreghista, che vive di rendite di posizione e di arroganza verso i cittadini di questo Paese, presi troppo spesso per i fondelli a scapito di tutti, anche dei cosiddetti furbi. Perché alla fine la barca sulla quale navighiamo e comunque la stessa e, anche se in tanti si impegnano a navigare in un mare in tempesta, se si imbarca troppa acqua dalle falle o si ha una zavorra troppo grande, si può solo affondare.

Il 26 luglio scorso, la mia Associazione è stata chiamata a rinnovare i suoi vertici nazionali: non è stato un momento semplice, come mai lo sono le tornate elettorali. Forse, e soprattutto, perché in Italia la cultura della democrazia e del saper interpretare il proprio ruolo, di vincitore o di perdente, non si è mai veramente radicata. Quel che conta, sempre e comunque, è che ci sia un punto nuovo di partenza per tutti.

Il nuovo presidente si chiama Maurizio Casasco, è bresciano, e già nei modi e nel linguaggio fa trasparire un’indole cordiale, ma decisa, rapida, ma riflessiva. Viene da una lunga esperienza di imprenditore e di manager, nella quale ha visto crescere aziende, ne ha salvate altre, ma soprattutto ha saputo e dovuto coltivare giovani talenti, tanto nello sport come nelle professioni. Insomma è per tutti noi l’uomo con cui ricominciare ad avere speranza e passione.

Nelle imprese e nella nostra Associazione, nel corso della sua esperienza come presidente della territoriale di Brescia, ha sviluppato un metodo che si potrebbe riassumere in questo modo: “oggettivare il merito dello stare insieme, raccontare in maniera scientifica che fare squadra tra PMI significa spesso superare brillantemente gli ostacoli, seguendo tre semplici regole, trasparenza, merito e legalità”.

Insomma nessuna ricetta astrusa, molto buon senso e tanta, tantissima etica del fare. Nel suo programma si leggono le intenzioni, la vision che per qualche tempo ci era mancata e soprattutto a muso duro c’è una dichiarazione pubblica che più di ogni altro argomento mi ha colpito: creare opportunità di engagement per i giovani imprenditori, dando loro il compito di ridare freschezza e spinta motivazionale ad una Associazione straordinaria che da 65 anni interpreta i bisogni e le voci di migliaia di piccoli imprenditori. Imprenditori che, vale la pena ricordarlo sempre, sono la spina dorsale del nostro Paese.

Certo, un uomo solo non basta a risolvere i problemi. Irreale non immaginare che  l’inizio per la nuova Confapi targata Casasco sarà duro ed in salita, ma a volte un’elezione serve a far rinascere sentimenti di fiducia e partecipazione, come la volontà di tornare a fare squadra per rilanciare, e mai come adesso ne abbiamo bisogno, un’associazione di imprese e di imprenditori che, oltre ai proclami, sia propositiva, racconti la storia di uomini e donne che scommettono contro la burocrazia, la mancanza di credito morale e materiale, contro il cattivo di questo bel Paese. Uomini e donne che ogni mattino riaccendono cuori e macchine che hanno fatto dell’Italia una potenza economica di livello mondiale e che sentono forte il bisogno di avere un interprete vero e sano dei loro bisogni, di qualcuno che faccia la voce grossa al posto loro quando le cose non vanno e soprattutto di qualcuno che sappia proporre soluzioni e portarle avanti in tempi tanto difficili.

Come si leggeva sul viso di ognuno in Assemblea, di lavoro da fare ce ne è tantissimo, innanzitutto su noi stessi: questo non credo spaventi alcuno, dopotutto il lavoro è da sempre la nostra mission! E’ che le associazioni, le aziende sono squadre di uomini e di donne e per vincere serve sempre un grande allenatore, un leader che le rimetta in sesto e le prepari ad affrontare l’Olimpiade del mercato e della vita. Forse non saremo i migliori atleti del mondo, ma nel fare impresa, nonostante le tante difficoltà, davvero non ci batte nessuno!

VIDEO AZIENDALI



In questo Paese si continua a parlare di giovani, del loro futuro, dei loro problemi, del fatto che l’Italia abbia una tra le peggiori percentuali di under 35 disoccupati in Europa, circa il 36%, che la maggior parte di questi sia collocata nel Mezzogiorno, che questa generazione di ragazzi sia la prima a percepire un peggioramento delle opportunità rispetto alla precedente. Insomma si dice tanto, anzi tutto, di questi ragazzi italiani, a volte cervelli in fuga, a volte bamboccioni, ma, e questo è l’incredibile, sembra che nessuno chieda loro di farsi avanti, di proporre soluzioni, sembra addirittura che nessuno li ascolti. Questi strani ragazzi riempiono statistiche e pagine di giornali, ma mai l’agenda di riforma di questo vecchio e strano Paese.

Si parla sempre tanto e non poco di innovazione dei sistemi, di rinnovamento della nazione, di cambiare le cose, ma ci si dimentica sempre che tutte queste belle parole sono nei fatti (lo dimostrano anche le esperienze negli altri Paesi) l’altra faccia della medaglia del cambio generazionale, della capacità di un sistema di accogliere le nuove e giovani leve al suo interno, di motivarle, di premiarne il merito e di offrire opportunità.

Anche quando parliamo di crescita economica non possiamo pensare di prescindere da chi, anche per questioni anagrafiche, sente forte la spinta a realizzarsi, a creare un futuro, che sia il nucleo familiare o quello lavorativo. Non possiamo parlare di nuova società consapevole, attiva, dinamica,l se non si ritorna ad un equilibrio tra junior e senior. Non si può parlare di riforma dell’economia, della politica e del lavoro, se non viene ridata a tutti la stessa libertà e possibilità di esprimersi, lavorare, crescere ed invecchiare con pari dignità, che significa banalmente rinunciare a qualche rendita di posizione dei più anziani a favore delle nuove e giovani leve, figlie di questo Paese.

Insomma non si dovrebbe parlare più dei nostri ragazzi, se a definirsi non sono anche loro, non si deve più decidere per il loro e nostro futuro senza un confronto, un intervento della generazione che dovrà subire e sopportare quei cambiamenti, non si può gravare sempre sul domani degli altri senza pensare di dover rinunciare a qualche rendita del presente e del passato.

Questo Paese negli anni addietro ha ipotecato il futuro dei propri figli, poi ha tolto loro i mezzi per onorare i debiti dei padri, che stanno ormai ricadendo sulle spalle di nipoti e pronipoti inconsapevoli. Nonostante questo sembriamo sempre tutti sordi, lontani, inflessibili nella nostra indifferenza verso questi figli di Italia.

Lo so, scrivere è facile, le soluzioni invece sono sempre dolorose e difficili, quelle giuste poi sono anche più amare, ma il vero atto di responsabilità degli italiani dovrebbe essere appunto questo: vivere questo momento come prova di amore verso il futuro, dare spazio a chi merita, dare pari opportunità a chi, nato prima o dopo, dovrà continuare a pensare di poter costruire un luogo migliore di quello che gli è stato lasciato, senza dover mai pensare di dover vivere la propria vita, per pagare quella di qualcun altro.