Giovani, ambiente, sviluppo …


Austerita_Espansiva_1_01Una delle ultime domande che ci siamo posti in Italia ed in Europa al tramonto del 2012 e la stessa che ha continuato a tenere banco e polemica nel 2013, tanto tra cittadini, quanto tra accademici, politici ed economisti, ossia quale fosse la reale possibilità che politiche di austerità (severe fiscal contractions) avessero, anche nel breve periodo (cioè mentre venivano realizzate) effetti espansivi sul reddito, tesi  battezzata nella ricerca scientifica come : “Austerità espansiva”. Teoria che promuove politiche di taglio del deficit e del debito pubblico per rispondere a una crisi–finanziaria da debito eccessivo, come è quella attuale in molti Paesi del mondo, Italia compresa.

Quindi come evidenziato anche dallo studio del capo economista del FMI Oliver J. Blachard, i costi  in termini di reddito nazionale perduto che si manifestano quando l’austerità si realizza, cioè si riduce il deficit pubblico, aumentando le tasse (come maggiormente accaduto in Italia) e/o riducendo la spesa, spesso superano di molto i benefici nel breve periodo.

Tre aspetti sembrano ancora utili, soprattutto con riferimento alla realtà del nostro Paese per valutare i reali effetti di una politica di Austerità :

1)    Separare ciò che riguarda la congiuntura (recessione, ripresa); e il trend (depressione, crescita).
Nel nostro caso, ciò significa distinguere ciò che si fa da un anno all’altro, da ciò che cambia in modo radicale lo scenario complessivo e soprattutto prevedibile in futuro. Nel primo caso, parliamo di austerità; nel secondo caso parliamo di risanamento, che è cosa ben diversa: si raggiunge una nuova posizione di equilibrio relativamente stabile, e non ce ne preoccupiamo più. Il dibattito sui costi, maggiori o minori, delle politiche di austerità non va quindi confuso con i benefici – che nessuno ha messo in dubbio – di un risanamento della finanza pubblica.

2)    E’ sempre possibile che un intervento sul bilancio pubblico di segno restrittivo risulti poi accompagnato da un’evoluzione dell’economia peggiore di quanto inizialmente previsto. E’ questo di certo il caso dell’Italia nel 2012: se confrontiamo le previsioni su cui era basata la politica del Governo un anno fa con i risultati conseguiti, è evidente un andamento dell’economia peggiore del previsto. Ma ciò significa che si erano sottovalutati gli effetti recessivi di quella politica.

3)    Il terzo aspetto, molto importante, e che è stato sottolineato dal Bollettino della BCE (Dicembre 2012, pagg. 88 – 92) riguarda le altre condizioni da cui dipendono i “costi” della austerità e sono:

1. La necessità di un quadro di riferimento di lungo periodo;

2. La credibilità di un paese, che comporta una favorevole reazione dei mercati finanziari, una riduzione dei “premi al rischio” e quindi una riduzione dei costi economici e sociali del risanamento.

3. La preferenza per interventi di riduzione del deficit pubblico concentrati sul lato della spesa più che sulla tassazione.

4. Anche in connessione con il punto precedente, l’importanza che non siano ridotti gli investimenti pubblici, che più contribuiscono alla crescita.

Austerita_Espansiva_3La conclusione di tutto ciò, è evidente: i costi che dovremo sopportare per rientrare in una posizione di debito sostenibile dipendono molto da noi. Cioè dalla credibilità dell’impegno del Governo; dalla cura con cui definisce la migliore strategia (tenendo conto sia del breve sia del lungo periodo); dalla coerenza con cui la realizza. Se la “austerità espansiva” sarebbe nel nostro caso una favola, è anche vero che una buona parte dei costi del “risanamento mancato” degli anni scorsi non è imputabile al resto del mondo.

Quindi e questo vale soprattutto per gli impegni che in questo momento pre-elettorale, molti candidati e partiti stanno prendendo con gli italiani, non si deve assolutamente sottovalutare un punto fondamentale : la serietà di chi si candida a governarci e a risanare questo povero e straordinario paese, o correremo il rischio di pagare un prezzo assai alto per le nostre ormai povere tasche e forse anche per le nostre (ormai ridotte al lumicino) speranze.

In collaborazione con il Circolo REF Ricerche


ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.


Solo di recente abbiamo anche appreso ciò che… abbiamo sempre saputo. E cioè che proprio quando sarebbe stato più importante – vista la crisi globale, europea, ed italiana, iniziata nell’agosto 2007 dell’attività bancaria – non si era mai completato quel percorso di totale separazione tra Fondazioni e loro “ex-banche”, iniziato dopo la legge 218/1990. La stessa sostituzione dei vertici di MPS infine ottenuta da Banca d’Italia, pur necessaria, risulta – anche col senno di allora (del luglio 2011!!) e non solo col senno di oggi – tardiva e forse non sufficiente.

Senza titolo1 

Detto tutto ciò, e trascurando le troppe polemiche da campagna elettorale, come si procede? La cosa probabilmente più utile è che il prossimo Parlamento rifletta anzitutto su cosa non ha funzionato nel doppio triangolo:

Fondazione / Mercato azionario / Banca dove abbiamo il problema – essenziale in ogni economia capitalista – di come la proprietà seleziona e controlla il management della propria azienda

e Ministero / Consob / Banca d’Italia dove si collocano i rapporti tra i tre “controllori”, dove ciascuno per la propria competenza, dovrebbe garantire che sia ben svolta e in tempi rapidi la corrispondente attività.

Al tavolo istituito presso il Ministero dello Sviluppo economico, il 5 dicembre scorso, alla presenza dell’allora Presidente ABI Mussari e di Bankitalia, chiedevamo che venisse valutata “…la possibilità di separare per funzioni le banche che fanno attività tradizionale di raccolta-impiego da quelle che fanno attività finanziaria speculativa, perché l’economia reale non può farsi carico dei costi per improvvise debacle di istituti bancari che vanno in crisi di liquidità per operazioni speculative azzardate e che poi, non solo stringono i cordoni della borsa ai propri clienti, ma utilizzano i fondi della BCE per ripianare disequilibri e dissesti finanziari causati da una gestione poco oculata.”

Speriamo che la crisi che stiamo attraversando aiuti a fare le giuste scelte che il Paese merita, trascurando, una volta tanto, di perseguire gli interessi dei soliti poteri forti.

Ma vediamo di meglio comprendere come siamo arrivati all’attuale situazione, perchè siamo ingessati nell’incapacità (sarebbe meglio parlare di mancanza di volontà) di riformare efficacemente il sistema bancario e quali sono i numeri in gioco:

Perché le Fondazioni bancarie

Le Fondazioni nascono nel 1990 con la legge Amato (Legge 30 luglio 1990, n. 218), nel contesto di privatizzazione delle banche italiane, che fino agli anni 80 erano sotto il controllo pubblico. Prima della riforma Amato, più dell’80% del sistema bancario era gestito dallo Stato ed era caratterizzato dalla netta separazione tra banche commerciali, o casse di risparmio, il cui finanziamento avveniva in prevalenza attraverso la raccolta di depositi, e banche d’investimento. La legge Amato toglie tale distinzione e trasforma le banche pubbliche in società per azioni (SpA). La riforma ha come obiettivo di ridurre il controllo statale, senza sottrarne i principi sociali ereditati dalle casse di risparmio, che vanno a confluire nelle Fondazioni.

Amato spezza le banche pubbliche in due entità:

1.Ente Bancario (Società per Azioni Conferitarie), responsabile della gestione dell’attività bancaria

2.Fondazione (Ente Conferente), ente legale privato, proprietario della banca e in possesso dunque delle azioni che gestisce e investe.

Ci sono due principali differenze tra i due enti: la natura dell’ente, e le sue responsabilità. Mentre l’entità bancaria è gestita da privati, in origine la Fondazione doveva essere composta in maggioranza da membri eletti da un’istituzione locale, municipale, provinciale o regionale. Rimane dunque una componente pubblica, che ha come mandato quello di investire i profitti delle banche in attività di interesse pubblico, spesso legati alle necessità della comunità locale. Per fare ciò le fondazioni non possono esercitare l’attività bancaria, ma hanno il compito di gestire le partecipazioni della banca in modo da trarre ritorni di beneficio sociale. La seconda differenza tra i due enti sta per l’appunto nelle responsabilità: mentre l’ente bancario si occupa di provvedere ai profitti immediati e di corta durata della banca, le Fondazioni hanno il compito di guardare più lontano agli investimenti di lungo termine. Come poi definire quali sono gli investimenti “di interesse pubblico” rimane a discrezione delle Fondazioni, sebbene la loro attività sia regolata dal Ministero dell’Economia e della Finanza.

Trasformazione della struttura del sistema bancario

La riforma Amato ha gradualmente mutato la gestione delle banche Italiane, portando alla parziale privatizzazione delle banche e all’uniformità delle loro funzioni. Se da un lato la privatizzazione ha costituito un passo verso la liberalizzazione del sistema bancario, dall’altra, l’istituzione delle Fondazioni ha portato a due effetti collaterali immediati: gli azionisti privati interessati ad acquistare titoli bancari si sono visti scoraggiati di fronte ai favori legislativi concessi alle Fondazioni, e le Fondazioni non hanno fatto altro che spostare il potere politico che controllava le banche dal piano nazionale a quello locale. La riforma Amato ha posto le basi legislative per la privatizzazione del sistema bancario, ma de facto agli inizi degli anni 90 le banche italiane sono rimaste ancora sotto l’influenza del settore pubblico e non avevano alcun orientamento verso gli obbiettivi tradizionalmente perseguiti dal settore privato.

Per diminuire il controllo pubblico sulle banche, una serie di riforme si sono succedute nel corso degli anni 90 con l’obbiettivo di ridurre il potere delle Fondazioni e incentivare la vendita dei loro titoli bancari a privati. La legge Dini del 1994 (Legge 30 luglio 1994, n. 474) elimina il requisito che impone alle Fondazioni di possedere più del 50% delle azioni di una banca, e introduce incentivi fiscali per la vendita delle azioni ad altri enti. Nello stesso tempo il Ministero dell’Economia a Finanza continua ad incentivare la cessione dei titoli bancari imponendo alle Fondazioni la diversificazione dei propri investimenti. Segue nel 1998 la legge Ciampi (Legge 23 dicembre 1998, n. 461), che limita la libertà delle Fondazioni riducendo i settori in cui possono investiti i profitti ricevuti dalle banche a campi di utilità sociale (cultura, sport, sanità, volontariato, etc). Nel 2003, un cambiamento legislativo esenta dalla vendita dei propri titoli bancari le fondazioni con fondi inferiori a €200 mila e quelle operanti in alcuni particolari settori, mentre tutte le altre fondazioni sono tenute a cedere le proprie azioni bancarie entro il 2005.

A quelle riforme segue il periodo di consolidamento bancario, in cui tra il 1997 e il 2007 avvengono più di 300 fusioni e acquisizioni che danno forma all’odierna struttura del sistema bancario italiano. Si creano grandi gruppi finanziari che allargano a livello nazionale la propria estensione geografica e specializzano i propri prodotti, andando a controllare un’alta fetta del mercato italiano, mentre si riduce il mercato per le medie e piccole banche locali, che rimane legato alle comunità locali. In numero delle banche diminuisce drasticamente, aumentano invece il numero delle succursali e la concentrazione delle banche sul territorio, introducendo competizione nel sistema bancario italiano. Il consolidamento sembra aver migliorato in media la performance economica delle banche e aumentato i profitti, in particolar modo per i maggiori gruppi finanziari, i quali traggono vantaggio dalle economie di scala, diminuendo i propri costi e ottenendo ritorni sulle proprie azioni di oltre 10 punti percentuali maggiori rispetto alla media delle altre banche italiane.

Il sistema bancario oggi

Secondo i più recenti dati pubblicati dalla Banca d’Italia, alla fine del 2012 esistono 724 entità bancarie, di cui quasi il 30% costituito da società per azioni, il 60% in mano a strutture di natura cooperativa, dove 37 sono Banche Popolari e 398 le Banche di Credito Cooperativo, e il restante 14% è diviso tra banche straniere, fondi di medio-lungo termine e istituti centrali. Mentre le strutture cooperative costituiscono la maggioranza del numero di banche, la loro presenza geografica è assai inferiore a quella delle banche SpA, che possiedono quasi il 70% delle succursali presenti sul territorio italiano. La distribuzione geografica si riflette anche nel numero di impiegati, che si concentrano nei cinque maggiori gruppi finanziari italiani: Unicredit, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Unione Banche Italiane e Banco Popolare.

Frammentazione e concentrazione caratterizzano la struttura del sistema bancario italiano. A larghi gruppi bancari che si estendono sull’intera penisola e in cui si concentra gran parte dell’attività e dei beni bancari, si contrappone una miriade di piccole banche, che servono i più modesti bisogni della comunità locale. Sono quindi le banche più grandi ad avere maggiore controllo sul territorio e sul mercato(alla fine del 2011 UniCredit e Intesa San Paolo possiedono più del 31% dell’attività, cui seguono le successive tre banche, MPS, Banco Popolare e UBI, che ne possiedono il 18%).

Per quanto riguarda il controllo e la gestione delle banche, il sistema odierno è caratterizzato da due tipi di strutture: le SpA e i gruppi cooperativi, che sono costituti da poche e grandi banche popolari e in stragrande maggioranza da crediti cooperativi, che costituiscono il 53% delle banche presenti in Italia. Mentre i gruppi cooperativi sono in mano a chi ne possiede le azioni, dove ogni azionista corrisponde ad un voto indipendentemente dal numero di azioni che possiede, le SpA sono gestite secondo la divisione tra ente bancario e ente conferente, cioè le fondazioni.

Oggi esistono 88 fondazioni, con beni pari a €43,034 milioni e proventi degli investimenti che ammontano a quasi €1,237 milioni di euro. In termini di controllo e gestione delle banche, 14 fondazioni detengono oltre il 50% del capitale della banca originariamente conferita, 56 hanno una quota di partecipazione inferiore al 50% e 14 hanno una “indiretta” forma di partecipazione. Nell’ultimo studio dell’IMF sulla situazione dell’economia e finanza italiana, si evidenzia che nel 2011 le fondazioni controllano ancora una larga fetta dei titoli bancari: in più di 50 banche le fondazioni hanno in mano oltre il 5% delle azioni, e in due delle tre più grandi banche, le fondazioni possiedono più del 20%. Per quanto riguarda i maggiori gruppi finanziari, i dati Consob mostrano le percentuali di azioni possedute dalle diverse fondazioni nelle banche quotate in borsa. Il 6% di Unicredit è diviso tra la fondazione di risparmio di Torino e quella di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona. Il 15% delle azioni di Intesa SanPaolo è in mano a quattro fondazioni (Fondazione cassa di risparmio di Firenze, Bologna, Padova e Rovigo e delle Province Lombarde). Il 37% di MPS nelle mani di una sola fondazione, ovvero quella di Siena e il 4.5% di UBI è egualmente diviso tra la fondazione Banca del Monte di Lombardia e Cassa di Cuneo. L’influenza delle Fondazioni sulle maggiori banche è notevole, considerato che la restante fetta di azioni è divisa tra altri investitori, i quali individualmente superano raramente la percentuale detenuta dalle Fondazioni.

Oriano Lanfranconi

Presidente Confapi Giovani

in collaborazione con il Centro Ref ricerche


 elezioni-2013-oggi-piu-che-mai-votare-e-tassa-L-hWAB2oÈ quasi incredibile, in questi intensi giorni di campagna elettorale, assistere all’imperterrita e faticosa rincorsa dei vari candidati a “chi la spara più grossa”. Quasi come da manuale, nessuno si vergogna a raccontarci tante, inutili bugie: taglio delle tasse, aumento delle pensioni, restituzione di denari…insomma, tutti novelli Robin Hood contro uno Stato esattore e prepotente. Ma la domanda giusta, che tutti noi dovremmo rivolgerci, è una sola: per quale ragione in Italia la pressione fiscale è tanto alta?

Domanda semplice, e risposta al solito ancora più banale: paghiamo tanto perché si spreca tanto, tantissimo, perché noi tutti negli ultimi 20 anni abbiamo deciso da elettori più o meno consapevoli, a differenza delle maggiori democrazie del pianeta, di vivere e far vivere tanti, troppi italiani di assistenzialismi e di privilegi,  a scapito di tanti altri che lavorano e si impegnano tutti i giorni tra mille difficoltà e, a volte, tra le incomprensioni e le beffe di un paese che nemmeno li aiuta.

Paghiamo tanto più degli altri in tasse, ma anche in disservizi, disuguaglianza sociale, mancanza di merito, perché amiamo ancora credere alle favole delle campagne elettorali, perché da cittadini non sappiamo chiedere prima programmi seri e poi la loro stretta osservanza, perché preferiamo i piccoli potenti e potentati di turno nel tentativo perenne di dimostrarci più furbi degli altri e di approfittare di piccole rendite costruite spesso sulla pelle dei nostri figli e del nostro futuro.

Le tasse, come dicevo, sono un problema. Ma ripeto, sono solo un effetto della nostra inadeguatezza degli ultimi anni. Inadeguatezza soprattutto morale, che ha affermato l’etica della (falsa) pubblicità, anteponendola a quella del fare, che ha dato importanza all’apparenza e non alla sostanza delle cose, al presente e mai al passato o al futuro.

Questa campagna elettorale è identica a tante altre. Grandi promesse, perlopiù vuote di contenuti. Tanta tv, tante immagini, ma dove sono le idee vere, i progetti per i giovani, le imprese, il Sud, dove sono i crono-programmi di attuazione di possibili riforme? Dove sono gli uomini e le donne che seriamente si candidano a cambiare questo povero paese? Chissà, io portò gli occhiali e forse la mia miopia si è estesa e non riesco a vedere più in là del mio naso. Certo è che non abbiamo più molte occasioni per cambiare questa nazione, e se oggi i nostri candidati nei vari schieramenti rappresentano gli uomini e le donne che incarnano le speranze e i nostri sogni per il domani, allora speriamo di non doverci risvegliare in un altro incubo…


UnknownSi parla sempre più spesso di Smartcity e soprattutto a Napoli l’argomento è reso più interessante dai tanti problemi esistenti che potrebbero trovare soluzioni con l’applicazione di nuove tecnologie o a volte del semplice e banale buonsenso.

Far diventare le cose più intelligenti, per aiutarci a vivere meglio è una bella ed appassionante sfida e le possibilità sono infinite, dai semafori intelligenti che regolano da soli il flusso del traffico, alle smart card con Rfid per la tracciabilità di prodotti, cose e persone, ai pagamenti con tecnologia NFC tramite gli smartphone, all’accesso libero al Wi-Fi che è un bisogno chiave per tutte quelle città che puntano a essere leader e trend setter nel campo delle città intelligenti. 

Alcune amministrazioni  si sono già organizzate nel tentativo di diventare smart e sostenibili per l’ambiente con l’ introduzione di ordinanze cittadine che prevedono l’impiego di energia solare per alimentare il sistema idraulico di edifici di grande dimensione e l’installazione di sensori sulle fontane per monitorare e ridurre lo spreco di acqua potabile pubblica; sulle aree di parcheggio per segnalare in tempo reale gli spazi ancora da occupare, così da evitare di girovagare in automobile e da ridurre le emissioni con l’utilizzo di app per smartphone gratuite che si scaricano sul telefonino che aiuta a trovare i parcheggi disponibili e più economici e consente di pagare senza dover trafficare con parcometri vari ed eventuali.

Altre hanno realizzato progetti per la riduzione e la trasformazione del rumore prodotto dal traffico cittadino ed utilizzando software e mappature delle aeree urbane, sono riuscite con l’ausilio di suoni elettronici  a convertire il rumore, in un dolce suono di sottofondo che culla la città quasi fosse la sua ninnananna.

Altri progetti prevedono la distribuzione di una smartcard consegnata a tutti i cittadini per usufruire dei servizi erogati attraverso un network: dalle farmacie, al noleggiare biciclette, usufruire dei servizi di mensa scolastica, accedere alle piscine comunali, prenotare i buoni sconto comunali per i centri estivi, per supportare il sistema di votazione scolastico oppure per caricare il valore dei vuoti (buoni e lattine) fino ad arrivare alla creazione di un vero e proprio Crm (Citizen Relationship Management).

L’Italia non disegna affatto il concetto di smart city e affida alle istituzioni un’attività di selezione e poi scelta di progetti innovativi, aperto ad imprese, centri di ricerca, consorzi e società consortili, organismi di ricerca con sedi operative su tutto il territorio nazionale. Sulla scorta di tutte queste idee, progetti, realtà esistenti o in fase di realizzazione, anche la nostra Napoli sta tentato di fare la sua parte e certo non mancano a noi intelligenza o creatività per esprimere quell’ innovazione che applicata alle cose, potrebbe cambiare la qualità della vita di tutti noi.

Ma detto questo è doverosa anche una riflessione, stiamo tentando di rendere smart gli oggetti che ci circondano, ma non dovremmo forse, puntare prima sulle persone?

Quanto è utile sostituire un semaforo con uno intelligente se nessuno lo rispetta? Quanto è importante installare sensori per la misurazione del consumo idrico ed energetico, se poi si lascia all’ incuria e al degrado il patrimonio pubblico? Quanto è utile progettare sistemi di riduzione del rumore, se poi Napoli è ancora la prima città di Italia che esplode botti illegali? Potrei continuare purtroppo a lungo, ma solo per concludere che non esiste cambiamento che non coinvolga anche le persone, la loro formazione, il background culturale, l’impegno attivo dei cittadini, insomma, ma questo resta solo il mio modestissimo parere, per avere una città smart, dobbiamo concentrarci prima su noi stessi ed imparare che non sono le cose che ci rendono più intelligenti, ma il nostro fare, il nostro atteggiamento, la nostra volontà di dimostrare che siamo noi gli artefici del cambiamento e non gli oggetti che costruiamo o compriamo, perchè tutto può cambiare in meglio solo se scegliamo prima di migliorare noi stessi.


quanto-costa-il-debito-pubblico-italiano-L-UaIMhOAlla fine di questo 2012 credo di aver capito qualcosa di importante. Ho appreso una lezione straordinaria che mi ha dato la comprensione di quanto costi essere italiani.

Mi spiego meglio. Nell’ultimo anno abbiamo tutti scoperto che la nostra nazione non aveva più credibilità in Europa e nel mondo e che per tale motivo siamo stati commissariati dai mercati con un governo tecnico, che aveva come compito quello di ricostruire un’immagine del Paese che desse affidabilità. Operazione indubbiamente riuscita e per la quale noi, volenti o nolenti, abbiamo pagato un salatissimo conto: innalzamento dell’età pensionabile, opinabile riforma del lavoro, aumento dell’iva, aumento della pressione fiscale su persone ed aziende, peggioramento generale dei servizi offerti dallo Stato e soprattutto nessuna, e ripeto nessuna, vera riforma che migliorasse lo squilibrio, in costi e responsabilità, tra i singoli cittadini e la macchina dello Stato, ancora e sempre impunita in tutte le sue forme.

Oggi, al tramonto di questo 2012, tutti sappiamo di essere diventati più poveri. In Italia il rischio povertà è salito al 30% (il più alto d’Europa), meno flessibili i giovani sul lavoro (pensione a 67 anni con 40 anni di contributi), ci sono inoltre circa 2 milioni di ragazzi arresi, che non studiano e non lavorano (i cosiddetti Neet, definizione purtroppo ormai diffusa). Sappiamo, poi, che da inizio anno 25 mila aziende sono fallite, perché lo Stato non le ha pagate e le banche non hanno fatto credito, sappiamo che la sanità pubblica sarà sempre meno un diritto, sappiamo di dover pagare ancora più tasse a causa delle cattive gestioni dei nostri amministratori, sappiamo che il debito pubblico italiano, nonostante gli immensi sacrifici sopportati, è aumentato ancora e ha superato la cifra record di 2 trilioni di euro.

Ebbene, di fronte a tutto questo abbiamo dimostrato spesso di essere eccezionali. Molte aziende si sono ristrutturate e, sfruttando al massimo le condizioni di mercato e il valore del marchio Made in Italy, hanno per la prima volta dopo 10 anni (ultima volta nel 2002) riportato in positivo la nostra bilancia commerciale che ad ottobre ha segnato un avanzo di 2,5 miliardi di euro nella differenza tra import ed export. Sappiamo che molti giovani e molti vecchi lavoratori di fronte alla mancanza di lavoro si sono ingegnati e hanno costituito piccole aziende per mettere a frutto la loro competenza ed originalità. Sappiamo che, nonostante la cattiva politica che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, dai tagli ai suoi costi, alla legge elettorale, all’abolizione delle Provincie o delle tante prebende, il Paese ha continuato ad andare avanti stringendo la cinghia. Sappiamo spesso di aver sorpreso tutti, quando un italiano, in Europa o nel mondo, ha dimostrato eccellenza, tanto nella scoperta di una particella, quanto alla direzione della BCE. Sappiamo però anche di continuare a sorprendere quando dimostriamo di non saper cambiare, di preferire l’anarchia alla regola, i vecchi errori alle nuove promesse. Sappiamo di ferire l’orgoglio di questa nazione quando accettiamo tacitamente di parlare solo di poltrone, di primarie, di vecchi leader che si riciclano con fatue promesse, mentre dimentichiamo contenuto e  programma, perché sarebbe meglio votare prima quello che si vuol fare e poi magari le persone che dovranno farlo, per scegliere davvero la competenza e il merito.

Sappiamo bene che sorprenderemo ancora questa Europa che non ci capisce, né conosce bene, sappiamo che presto avremo un colpo di reni, che dimostreremo di nuovo a tutti quanto valiamo, ma sempre nel nostro piccolo, nelle nostre case, nelle nostre aziende e nelle nostre vite, perché a quanto pare, visto anche il triste spettacolo dei giorni scorsi e presenti, sulla scena istituzionale e politica preferiamo ancora una volta essere incredibili, mentre nella nostra dimensione personale restiamo straordinari ed eccezionali! Una bella dicotomia che speriamo come augurio collettivo di superare in questo 2013 alle porte e far sì che emerga qualcuna delle nostre grandi e riconosciute virtù, a scapito di qualche ridicolo e ormai insostenibile difetto.


http://www.datamanager.it/news/videointervista-aladdyn-il-portale-dei-desideri-43060.html

Videointervista: Aladdyn, il portale dei desideri

Aladdyn è il nuovo strumento multicanale che consente a ogni consumatore di esprimere un desiderio e aggregare attorno a questo un vero e proprio gruppo di acquisto, allo scopo di ottenere le migliori condizioni possibili. Ne abbiamo parlato con uno dei fondatori, il giovane manager Angelo Bruscino

Fino a pochi anni fa l’operazione di mettere sul mercato un nuovo prodotto poteva disporre del tempo sufficiente per sondare i bisogni dei consumatori attraverso sofisticati strumenti d’indagine e statistica. Lo scopo era quello di minimizzare il rischio che il nuovo prodotto non incontrasse il favore del mercato, trasformandosi in una grossa perdita economica.

Oggi ci troviamo in un mondo sempre più piccolo, veloce, globalizzato e multicanale.

I grandi successi difficilmente possono basarsi sui gusti e sui bisogni di un solo popolo e la velocità di innovazione richiesta dal mercato è tale da non lasciare tempo all’indagine.

Aladdyn è il nuovo strumento multicanale che consente a ogni consumatore di esprimere un desiderio e aggregare attorno a questo un vero e proprio gruppo di acquisto, allo scopo di ottenere le migliori condizioni possibili.

Il funzionamento è molto semplice. Se state pianificando di acquistare un oggetto, potrete andare su www.aladdyn.com e utilizzare gli strumenti di ricerca del portale per vedere se qualcuno ha lo stesso desiderio. Se trovate il gruppo di acquisto che fa per voi, sarà sufficiente registrarvi e aderire alla richiesta esistente. Non vi resterà poi che attendere le offerte provenienti dai vendor interessati a soddisfare il vostro desiderio.

Se non trovate una richiesta già presente che soddisfi il vostro bisogno, potrete creare voi stessi il vostro gruppo di acquisto, che sarà immediatamente a disposizione degli utenti Aladdyn e poi condividere la richiesta attraverso la rete e i social network.

Una sezione particolare del portale è dedicata, ovviamente, agli esercenti e alle aziende, che disporranno di strumenti di ricerca avanzati per trovare le richieste di proprio interesse e fare le proprie offerte in risposta alle richieste dei gruppi di acquisto.

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